Saronno – Testi volantinati e letti al Corteo contro la sorveglianza speciale

CONTRO LA SORVEGLIANZA SPECIALE

riprendiamoci le strade
continuiamo a lottare

A distanza di 5 anni la Questura di Varese sta riprovando ad affibbiare la Sorveglianza Speciale a un compagno di Saronno. È una misura che prevede il rientro notturno, il ritiro della patente e del passaporto, il divieto o obbligo di dimora nel comune di residenza, non incontrare persone con precedenti penali o siano anch’esse sottoposte a misure preventive, divieto di partecipare a riunioni ed eventi pubblici.

Tale misura viene attribuita a partire da soli indizi riguardanti lo stile di vita, non sono necessarie condanne o prove. Sulla base di ciò viene valutato il grado di pericolosità sociale dell’individuo.

La sorveglianza speciale è quindi la condanna senza reato, la pena senza processo. Vengono presi di mira lo stile di vita, le abitudini, le convinzioni. Non è possibile autodeterminarsi scegliendo la vita che preferiamo, il messaggio è forte e chiaro: i binari sono ben tracciati per ciascuno di noi, se scegliamo di deviare il percorso, siamo fuori dai giochi.

Misure analoghe sono appena state date ad altre persone in Italia, per gli stessi motivi: aver lottato con caparbietà contro le ingiustizie che questo mondo crea.

In un periodo in cui la repressione si fa sempre più asfissiante, non sono solo gli anarchici ad essere nel mirino, ma anche chiunque lotti, chiunque metta in discussione l’ordine economico e sociale che ci incatena. Succede nei posti di lavoro, dove con gli ultimi Decreti Sicurezza sono state criminalizzate forme di lotta comuni come il blocco stradale; succede nelle scuole, dove provare ad autodeterminarsi rispetto la formula scuola-lavoro significa mettere in conto sospensioni e provvedimenti disciplinari; succede nelle nostre città, in cui con l’eterna scusa del decoro si inasprisce la guerra ai poveri con ordinanze liberticide e classiste; succede con il diffondersi a macchia d’olio di videocamere di sorveglianza. Contro tutto ciò l’unica possibilità che abbiamo è quella di creare rapporti reali e continuare a lottare insieme.

La sorveglianza speciale infatti è solo uno degli strumenti che chi ci reprime mette in campo contro chiunque osi alzare la testa.

I Decreti Sicurezza degli ultimi anni, a firma PD e Lega, mirano ad annientare ogni forma di dissenso, auto-organizzazione e lotta che sia sul posto di lavoro o per le strade, per avere un tetto sopra la testa e condizioni di vita migliori.

Siamo oggi in strada per affermare che siamo tutti e tutte egualmente responsabili dei percorsi che abbiamo intrapreso. Mettiamo in atto una solidarietà attiva nei confronti di tutte quelle persone che si trovano quotidianamente strette fra le maglie della repressione.

“Assemblea provinciale contro la repressione”

In un clima repressivo sempre più pesante, culminato in questi mesi nei Decreti “Sicurezza” e “Sicurezza bis”, si tenta di togliere la possibilità di una semplice protesta. Il sistema repressivo punta in alto con le accuse, pretendendo misure spropositate e imbastendo teorie campate in aria, per colpire a casaccio nel mucchio di chi non si vuole arrendere a questa realtà. Ci sono pene detentive per chi accende un fumogeno o indossa un cappello e una sciarpa, multe di migliaia di euro a persona per un blocco del traffico come di recente successo agli operai di Prato (4.000 euro a persona). La sorveglianza speciale, i domiciliari, i DASPO cittadini, i fogli di via, tutti strumenti consapevolmente sproporzionati rispetto alle accuse, ormai utilizzati per motivi anche futili.

Queste misure sono preventive in quanto hanno l’obiettivo di soffocare sul nascere ogni modalità di lotta che vada oltre la presenza di piazza semplicemente “comunicativa” e per questo innocua, inoffensiva, sistematicamente priva di risultati rilevanti, immediati e concreti, a differenza degli esempi recenti da ogni parte del mondo, dalla Francia, all’Ecuador ad Hong Kong, dove le persone hanno deciso di attaccare frontalmente il potere a costo della propria stessa incolumità. Di fatto, in un’epoca in cui gli oggetti sembrano contare più delle persone, nella narrazione dominante subiscono il marchio d’infamia persino i tradizionali metodi di lotta non violenta volti a mettere fuori gioco gli strumenti della distruzione, siano essi un’antenna militare, un generatore o qualsiasi macchinario responsabile di disastri ambientali, o delle mura di cemento con cui creare confini e recludere persone. Piovono denunce anche solo per essere stati presenti, in mezzo a decine di altri, in luoghi dove sono avvenuti fatti valutati come criminosi, o si viene accusati di terrorismo per il semplice danneggiamento di un oggetto. E così, nell’indifferenza generale nella quale viviamo, tra chi si appassiona al dibattito politico addossando le colpe all’uno o all’altro partito, tra chi preferisce prendersela con gli stranieri, chi pensa di fare la sua parte scrivendo sui social, e chi ha deciso che niente lo riguarda a parte il suo orto, scivoliamo nello Stato militare, che fa guerra fuori e dentro i propri confini. Si incarcerano persone con accuse pretestuose, in attesa di giudizio. Si costruiscono teorie strutturate, cavillose e fantasiose nella ricerca di improbabili leader, in quanto un sistema gerarchico non ne può concepire uno orizzontale.

E in questo, innaffiamo il germoglio della sua disfatta.

“Collettivo Cani Sciolti-Legnano”

Fonte: RoundRobin

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