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Con la miccia, la penna, la rabbia e l’amore

“Il sistema patriarcale su cui lo Stato e la società si reggono svela nel mondo delle prigioni i suoi aspetti più infimi e acuti: lo vediamo nelle peggiori condizioni in cui versano le prigioniere nelle carceri femminili in generale, negli stereotipi di genere a cui sono costrette, nelle logiche di infantilizzazione e psichiatrizzazione che sono loro imposte. Lo vediamo nel trattamento riservato alle compagne anarchiche, che vengono divise e sparpagliate nelle AS3 d’Italia, perché questa è la prima logica del patriarcato: dividere le donne, perché quando si uniscono fanno tremare il potere.”

“Nel frattempo non starò immobile e zitta mentre dex compagnx anarchicx vivono delle condizioni insostenibili in altre prigioni. Davide e Giuseppe lottano per il loro trasferimento in situazioni più vivibili. Io sono con loro.”

Francesca Cerrone, lettera dal carcere di Latina.

“Ben fragili e miseri devono essere “l’ordine e la sicurezza dell’istituto” (questa la motivazione in calce ai trattenimenti) se una cartolina o la foto di una scritta su un muro li possono mettere in pericolo.”

“Per questo motivo, e visto che le circostanze non lasciano intravedere un cambiamento di rotta, ho deciso che inizierò uno sciopero della fame a partire da sabato 24 ottobre e per il tempo che mi sembrerà opportuno. È una battaglia personale, che forse lascerà il tempo che trova, che forse denoterà una mancanza di fantasia da parte mia, ma che mi sembra doverosa. Chi ha voglia, nel frattempo, di continuare a intasare l’ufficio comando di comunicazioni più o meno futili, basta che mi scriva, è il benvenuto, che non si dica che non si guadagnano il loro stipendio zuppo di sangue.”

Natascia Savio, lettera dal carcere di Piacenza.

Probabilmente il carcere è l’istituzione che più di ogni altra rappresenta il dominio. Tutto ciò che da anarchiche, disprezziamo e vorremmo vedere in rovina e in sfacielo.

Il carcere rappresenta la possibilità, da parte del potere, di poter rinchiudere, annullare, torturare e annientare tutti coloro che non si adattano alle leggi e alle condizioni che il potere ha stabilito.

Allo stesso tempo il potere ha bisogno del carcere, lo necessità, è l’ arma più solida che ha per scongiurare la disobbedienza, l’insurrezione.

Si può dedurre che il carcere abbia due funzioni principali e funzionali al mantenimento del dominio: una è quella di contenere le sue falle, i suoi dissidi, ovvero tutti coloro che per un motivo o per l’altro non si sottomettono alle leggi dello stato, e conducono una vita non in linea con gli interessi e le norme di quest’ultimo. La funzione di contenimento comprende al suo interno i fenomeni che avvengono nel contenitore-carcere, come la vendetta verso il detenuto: punirlo, infantilizzarlo, psichiatrizzarlo, impaurirlo e tentare di svuotarlo di ogni volontà e non fargli provare altra emozione se non il senso di vuoto e paura, per fare in modo che stia al suo posto e non si ribelli.

L’altra funzione dell’ istituzione carcere è quella di servire da monito per tutti quelli che stanno fuori.

Le carceri in passato erano situate dentro le città, sotto gli occhi di tutte, per mostrare quale doveva essere il destino di chi rubava, uccideva, disobbediva, si rivoltava. Oggi gran parte delle prigioni stanno al di fuori dei centri, tra i campi, nelle zone poco abitate, lontane dagli occhi dei cittadini dello stato che si pregia di essere democratico e giusto.

Ma non cambia. È l’idea del carcere, che conta. Il sapere che esiste, che la possibilità di finirci c’è, che chi è povera ci può finire, che chi non è italiano ci può finire, che chi si ribella ci può finire.

Questo è l’ effetto che il carcere produce al di fuori di sé, la spada di Damocle di ogni cittadino che decide (o è costretto a decidere) di smettere di essere tale, per diventare fuorilegge.

La condanna infernale inflitta dal dio stato a chi non si sottomette al suo diritto divino, la minaccia di incombenza della condanna per tutti i suoi fedeli.

Ebbene, se questa è una delle armi più forti dello stato e del dominio allora, da anarchici, da nemiche dello stato e del dominio, la nostra maggiore forza è quella di conoscere le trame e gli obbiettivi dei nostri nemici, saperli analizzare, saper discutere tra di noi dei punti di forza e dei punti deboli dell’istituzione carcere. Per attaccarlo e distruggerlo.

In Italia ci sono più di venti anarchiche e anarchici rinchiuse, che subiscono e combattono, rispondono e incassano, attaccano e si difendono, e a volte evadono.

Da fuori non lasciamoli sole.

Con i nostri cuori sediziosi miniamo le fondamenta, attacchiamo le mura, sabotiamo i pilastri di quei putrescenti amassi di dolore, ferro e cemento che sono le galere.

Con le nostre penne scriviamo a chi sta dentro, raccontiamo cose, facciamoci raccontare, discutiamo e raccogliamo tutta la forza e la bellezza che riusciamo in una giornata all’aria aperta, nella natura selvaggia, in una notte senza luna lungo scivolosi sentieri, in un ululato di rabbia tra le foglie che cadono e spediamogliela, facciamogli sentire tutto il fresco e il calore dell’ esterno e l’ elettricità dei nostri corpi. Diamogli la forza per continuare a tenere alta la testa. Solidarizziamo e stiamo loro accanto, piangendo, ridendo e urlando.

Il carcere è il luogo in cui i carcerieri fanno di tutto per togliere essenza vitale ai prigionieri.

Chi sta fuori rilanci dentro tutta la vita che riesce. La presenza sotto le mura, le cartoline, le lettere, i libri, le azioni. Tutto ciò è utile e necessario.

A Beppe che, rinchiuso a Pavia, costretto nella sezione “protetti” tra infami e stupratori, viene giornalmente umiliato e maltrattato e non ottiene il trasferimento che ha richiesto,

A Davide, deportato dalla sua terra, che vive da anni tra isolamento e provocazioni. Sta portando avanti lo sciopero dell’aria e non ha ancora ottenuto il trasferimento dal carcere di Caltagirone.

A Juan e Nico, che dal carcere di Terni hanno iniziato il diciannove ottobre lo sciopero del carrello in solidarietà a Beppe, a Davide e agli altri anarchiche prigionieri e per protestare contro le operazioni repressive.

A Natascia, che inizierà il ventiquattro ottobre lo sciopero della fame come forma di lotta in risposta alle censure della sua posta e alle condizioni in cui è tenuta rinchiusa nel carcere di Piacenza.

A Francesca, che dal carcere di Latina, in cui è rinchiusa come indagata per l’operazione Bialystok, ha aderito allo sciopero del carrello in solidarietà a Beppe e Davide.

A tutte e tutti i prigionieri e le prigioniere in Italia e nel mondo.

FORZA. SIAMO CON VOI.

Che dal di fuori (e dal di dentro) si discuta, si solidarizzi, si scriva, ci si mobiliti, si attacchi il dominio con ogni mezzo anarchico, che le rovine si apprestino a cadere e il mondo bruci.

Con la miccia, la penna, la rabbia e l’amore.

Fonte: nereidee.noblogs.org