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Stato di rianimazione

Continua ad avvitarsi la crisi generale – sanitaria, economica, istituzionale. La rivolta di Napoli, gli ospedali chiusi, il rinnovo dei contratti di logistica e metalmeccanici, le carceri. Siamo appena all’inizio. E comincia a sentirsi il puzzo dello spettro del semi-lockdown, che sarà peggio del primo.

Perché mezzo lockdown è peggio di uno

I giornali lo danno ormai per certo: massimo 7-10 giorni. Va notato che ogni previsione, nelle ultime settimane, è stata “rivista” in anticipo dai fatti. Ma cosa sarà il semi-lockdown? Sarà sempre la vecchia quarantena di massa, come la primavera scorsa, con la differenza che si continuerà ad andare a lavorare.

In questa distopia permanente, la realtà continua a superare la fantasia più perversa degli autori di fantascienza: non solo un virus che riduce l’umanità agli arresti domiciliari, ora andiamo incontro a una società nella quale si esce dalla propria cella domestica solo per andare a farsi sfruttare. Come scritto nell’ultimo numero di “Vetriolo”, appena uscito, «le energie degli sfruttati in questa nostra epoca vengono congelate, in molti sensi, per poi venire scongelate solo nel momento della produzione» (Cf. “Vetriolo”, n. 5, Stato di pandemia). Un capitalismo post-consumista, nel quale non c’è il vecchio produci-consuma-crepa è ridotto ormai al processo binario: produci-crepa. Le donne e gli uomini in carne e ossa, in questo sistema, servono solo se possono lavorare.

Gli sfruttati, si lasceranno chiudere in freezer?

Disuguaglianze programmate

I media di regime starnazzano che il Coronavirus e le politiche per affrontarlo stanno accentuando ulteriormente le disuguaglianze sociali. Messa così sembra una dinamica oggettiva; la politica, al massimo, pare colpevole di non riuscire a intervenire con efficacia. Ma le cose stanno davvero così? La verità è che le disuguaglianze sono necessarie per il capitalismo e lo Stato, semmai, interviene per accentuarle.

C’è stato un gran clamore negli ambienti complottisti per il segreto di Stato, apposto dal Presidente del Consiglio dei ministri, sui documenti del comitato tecnico scientifico (cts). Peccato che, una volta desecretati, poche settimane fa, nessuno si sia poi interessato del contenuto di questi documenti del massimo organo tecnico sulla pandemia di Covid-19. È infatti emerso, ma nessuno ne ha parlato, che il comitato tecnico scientifico non ha mai chiesto il lockdown nazionale! Il comitato dei capoccioni voleva che venisse chiusa solo la Lombardia e 17 province del nord-est! A chiedere la chiusura nazionale è stata – udite udite – la Confindustria – gli stessi che non avevano voluto chiudere poche settimane prima Bergamo e Brescia – supportata dai ricatti del partito di Matteo Renzi.

Perché? Ma perché i padroni hanno bisogno delle disuguaglianze! Se il Nord si fosse chiuso, il Sud avrebbe recuperato lo svantaggio secolare. Questo non doveva accadere. Quindi, prima, quando si era ancora in tempo, si è fatta una operazione di lobby per tenere aperte Bergamo e Brescia, poi, quando i buoi erano usciti dal recinto, si è chiuso l’intero Paese.

Una chiusura che, in verità, in ambito produttivo nemmeno è stata tale: lo sanno bene quanti a partire da marzo, specialmente nelle regioni del nord, in tempi di piena epidemia e di segregazione domicilare, hanno continuato a dover lavorare per mantenere i profitti e gli interessi dei padroni, anche in settori che non rientravano propriamente tra quelli indispensabili all’economia, al capitale.

Oggi, che il contagio divampa al Sud, si segue la strada opposta: si chiude Napoli, affamando ancora di più una terra già povera. E se la chiusura totale non c’è stata, per ora, è solo merito della rivolta dell’altra notte.

Quando Mattarella, nella sua regalità presidenziale, ciarla della necessità di ridurre le disuguaglianze sociali dovrebbe sciacquarsi la bocca: le disuguaglianze sono state programmate dallo Stato.

Vedi Napoli e poi muori

Se la prima ondata è stata gestita in un clima di cupa pace sociale (con l’eccezione degli scioperi di marzo), sembra che la seconda non andrà altrettanto bene per lorsignori. Sin dalla prima notte di coprifuoco migliaia di persone sono scese in piazza a Napoli, rovesciando cassonetti, appiccando incendi e scontrandosi con la polizia. Ovviamente i sinistri, suonando il solito spartito che va in scena dal 1948 in Piemonte contro quei partigiani che non vollero consegnare le armi: parlando di fascisti e provocatori. Ma chi in piazza c’era venerdì notte lo ha scritto ovunque: fascisti non ci stavano, c’è una protesta che monta da tempo, con comitati che si incontrano al almeno un paio di settimane.

Le immagini della rivolta ci parlano di una discreta capacità organizzativa insurrezionale. Staffette di motorini, barricate quando servono, ritirate intelligenti (solo 2 arresti). Qualcuno dice: queste cose le sa fare solo la camorra. Bene e noi che cosa abbiamo fatto, di cosa abbiamo parlato nei nostri giornali e nei nostri spazi in questi ultimi anni?

Necessario pare un approfondimento sulla composizione di classe di questa rivolta. Essa era composta essenzialmente da due gruppi sociali: i commercianti e il sottoproletariato partenopeo. Nelle ore concitate prima della rivolta pare ci sia stato un braccio di ferro tra queste due anime e che la seconda abbia rotto le uova nel paniere della prima.

Il report di un gruppo opportunista ed elettoralista come Potere al Popolo, può una volta tanto essere utile a dipanare la matassa:

«In realtà da giorni c’è uno scontro sotterraneo in questa mobilitazione. Chi ha qualcosa da perdere, come i commercianti più grossi o qualche capopopolo che mira a una promozione politica, è contro la violenza e vuole intavolare una trattativa, è disposto ad applaudire la polizia, etc.

Segmenti più sottoproletari, invece, che frequentano anche l’ambiente di stadio e che hanno anche una propensione allo scontro organizzato con le forze dell’ordine, hanno più interesse a giocarsi una partita su quel tavolo, per vari motivi, dal puro nichilismo all’acquisizione di prestigio personale o di banda» (dalla pagina Facebook dei sinistri).

Ovviamente i riformisti di PaP parlano di «nichilismo» e «prestigio di banda». Ma questo report è certamente chiarissimo. C’è stato uno scontro di classe interno nella protesta di Napoli che, per usare le categorie della vecchia Rivoluzione Francese, ha visto contrapposti bottegai e sanculotti. I sanculotti hanno rovinato la sfilata ai bottegai. Bene così.

La sinistra dabbene si lagna delle bande e del mondo ultras, si lagna di chi sa fare il mestiere del rivoluzionario meglio di loro. Che si prepari allora, invece di lamentarsi.

Guerra alle montagne

Volgendo lo sguardo al più placido scenario umbro, questa settimana è stata caratterizzata dalla lotta degli spoletini contro la chiusura dell’ospedale per farne un centro solo per malati Covid. La chiusura dei reparti, compreso il pronto soccorso, ha visto manifestazioni spontanee di circa 500 persone in città, blocchi stradali presto rimossi con la mediazione del politico di turno. Anche questi piccoli episodi si qualificano come «programmazione delle disuguaglianze». I più colpiti dalla chiusura del pronto soccorso saranno non a caso i residenti in Valnerina, che dovranno fare anche un’ora e mezza di macchina per arrivare all’ospedale più vicino. Popolazioni già colpite dal terremoto del 2016, contro le quali lo Stato (nel caso specifico la Regione), si accanisce ulteriormente. Obbiettivo malcelato è la morte di un territorio, la desertificazione dell’Appennino, che faciliterebbe anche grandi opere come il Gasdotto Snam.

A Spoleto, a differenza che a Napoli, non si è riusciti a rompere l’unità interclassista verso questo obbiettivo “comune”. Col risultato che la Regione ha vinto e l’ospedale è stato chiuso.

Il paradosso è che, se questa pandemia è stata causata dalla globalizzazione e dall’eccessiva urbanizzazione, il sistema sa rispondere solo attraverso un ulteriore aggravamento delle cause: ancora guerra alle montagne, ancora disagi per chi non vive in città; ancora urbanizzazione, ancora nuove crisi.

Rompere il Fronte

Che fare, in questo caos? La prima cosa da fare è senz’altro rompere il Fronte. Ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca. Non è vero. Chi vuole continuare a produrre a Bergamo, chi vuole affamare Napoli, chi chiude gli ospedali, non è sulla nostra barca. Ma non sono sulla nostra barca nemmeno i commercianti, quelli che vogliano continuare a fare affari mentre la gente muore.

Rompere il Fronte Unico è possibile, a Napoli è successo. Speriamo che apra la via a nuovi episodi contro le leggi autoritarie in arrivo. Ma dobbiamo anche essere capaci di pensiero strategico, dobbiamo guardare “due mosse avanti”.

Se la prima ondata di misure repressive alla fine passerà – e speriamo di fargliela pagare il prezzo più alto possibile – dobbiamo essere veloci a spostarci sul secondo obbiettivo, il più ghiotto. Fermare l’economia. Smascherare la natura neo-schiavistica del semi-lockdown. Dite che è così pericoloso uscire di casa? Bene allora non andiamo nemmeno a lavorare. Tutto questo in un momento nel quale si intrecciano questioni complicate come il rinnovo dei CCNL di logistica e metalmeccanici. Riprendere il testimone degli scioperi di marzo, fermare tutto. Davvero.

Infine, se c’è davvero qualcosa che fa paura ai bottegai e sul quale il Fronte lo rompi davvero è la questione delle carceri. Lì vediamo quanti bottegai sono disposti a continuare la rivolta. Perché come insegnava un vecchio compagno russo, non c’è libertà finché un solo uomo o una sola donna resta prigioniero.

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Fonte: malacoda.noblogs.org