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Lettera di Dimitra Valavani dal carcere di Koridallos

Riceviamo e pubblichiamo:

Lettera di Dimitra Valavani dal carcere

Finalmente, dopo questo piccolo periodo che sono stata qua dentro, una cosa che posso osservare è quanto assomigliano le sbarre che mi circondano a quelle che ho avuto intorno a me quando ero libera prigioniera della società prigione. E questa osservazione si basa a un dettaglio molto piccolo ma essenziale per la comprensione e la percezione del carattere della nostra realtà, che almeno per me è un indicatore per quanto sia vicino quello che vorrei vivere con quello che sto già vivendo, un indicatore tra felicità e miseria. Mi riferisco alla necessità delle persone di guardare più volte il loro orologio. Questa abitudine sotto la quale è nascosta la gestione e il controllo della nostra vita. Spezziamo il tempo a pezzi, organizzando la nostra quotidianità, organizzando le nostre relazioni, i pensieri, dentro a una società basata nella intensificazione dei ritmi di vita. Guardando avanti al domani, aspettando che passa l’oggi, dimenticando l’ieri. Invece di evidenziare il costante conflitto dei nostri desideri, seguiamo quelli valori finti che ci hanno imposto, provando di rimanere entro i limiti della legge e dell’ordine, del morale ipocrita della società civilizzata.

Dentro i muri tutto ciò si ingrandisce. Una caccia continua del tempo. Anche se fai lo sforzo di dedicarti al presente non smetti di contare il tempo che passa e il tempo che rimane. Soprattutto il primo periodo che convivi con la incertezza della dimensione della penna che averà è un po strano. È importante guardare verso un obbiettivo, avere un limite. Nella condizione di reclusione tutti quelli i compromessi che vuoi combattere sembrano enormi. La dipendenza costante di tutte le tue esigenze personali dai servizi carcerari, da quando uscirai nel cortile per camminare, a quando comunicherai la tua gente, da quando li vedrai, a quando farai un bagno caldo e quando, e cosa, mangerai.  Particolarmente per quanto riguarda questo ultimo punto, di solito sto pensando, che una persona che ha scelto di non mangiare cadaveri di animali e prodotti che quelli- gli altri prigionieri- producono, sarebbe condannata alla fame se non avesse qualche sopporto economico- che è un privilegio qua dentro. Qui qualsiasi cosa ti ricorda la tua sconfitta e il controllo che provano su di te i nemici della libertà e i loro atti mostruosi. Sorveglianza soffocante con camere ovunque, guardie che sorvegliano l’edificio dall’alto, costanti controlli rapidi della tua cella e dei tuoi oggetti personali, controlli fisici che ti umiliano e che tante detenute subiscono, trasferimenti con queste schifose macchine della penitenziaria. Anche durante la notte nel tuo sonno, in questa piccola fuga dalla realtà, sei costretta a sopportare le pattuglie dei dirigenti, che se per caso non hanno sempre una piccola luce accesa, passano ogni ora per vedere se qualcuna è scappata nel buio. Purtroppo la tranquillità e la ferocia che la notte nasconde – anche qua dentro – viene interrotta dalla paura della responsabilità e la sottomissione dei ufficiali che mantengono l’ordine e le regole per il funzionamento del carcere. Magari sarebbe più facile se tutte e tutti quelli che hanno deciso di sorvegliare gli esseri umani e le celle della loro democrazia, rimanessero semplicemente alle formalità del loro lavoro. Quasi tutto il personale prova continuamente con vari comportamenti di buttare da sé il peso e la colpa della sua decisione. Credono che con un approccio gentile oppure anche amichevole, riescano a liberarsi dal peso della loro indifferenza ai nostri problemi e bisogni, di dimenticare e farti dimenticare che sono loro che la notte ti chiudono in cella. Hanno pure la audacia di dirti buonanotte. Le notti buone non sono qua dentro. Le ritroveremo quando vinceremo di nuovo la libertà delle nostre scelte.

Ma l’esperienza della prigionia è solo una parte di noi stessi così come viene definita attraverso le nostre azioni. Simboleggia le sconfitta ma è soltanto una fermata nel bellissimo percorso della rivolta. La verità è che non hai molto da guadagnare dentro i muri, se pensi al contrario magari è una speranza che ti rafforza la pazienza che vieni chiamato a mostrare. Sicuramente hai il tempo di pensare l’azione e gli errori che ti hanno portato qui, oppure puoi scoprire i passaggi dei meccanismi repressivi che hanno portato alla tua reclusione, però il vero potere ti arriva quando rifletti sulle tue scelte. Più calma ti senti per loro più riesci a sollevare il peso delle loro conseguenze. Più contesti e resisti, dentro o fuori la prigione, contro ciò che ti trasmettono per ideali, quando rivendichi la tua libertà contro la legge, allora automaticamente minacci la normalità imposta dal governo e da quelli che con fiducia lo sostengono. Quando riescono a incarcerarti stano ovviamente cercando di assicurare la durata più lunga tra le mura. Basta ricordare molti altri casi di prigionieri anarchici per capire il mio riferimento. Le false notizie dei canali, dei capitalisti coinvolti, creano un clima di terrorismo, aprendo la strada ai meccanismi della polizia e dei tribunali per fare il loro lavoro sporco. Accuse pesanti, prove basate su tracce (ad es. DNA mischiati), risultati che anche quando provengono da prove si utilizzano per accuse penali ancora più pesanti.

Tali casi sono i casi per i cui sarò processata. Dal momento che al 29 di Gennaio la sezione di antiterrorismo ha arrestato 3 persone, ha avuto la capacità di accusarci con l’accusa di organizzazione criminale. Qualsiasi atto illegale commesso da ciascuno di noi prende automaticamente più peso sotto l’egida del organizzazione, un’organizzazione che secondo l’accusa ha una struttura, una gerarchia e dei scopi chiari. Non importa che dalle prove questa organizzazione non esiste. Qui i canali della televisione processano e condannano. Presentano gli scenari immaginati dai sbirri come una realtà assoluta e gonfiano le situazioni ed i fatti. Nel mio caso, infatti, per una settimana intera hanno chiamato covo la mia casa legalmente affittata, in cui non è stato trovato nulla di illegale. Tuttavia, a questo punto, non desidero di parlare con termini legali e giuridici, riferendomi alle prove di innocenza o di colpevolezza. Cercherò di esprimermi ai miei termini difendendo le mie scelte.

Mi rifiuto di accettare l’accusa che mi vuole membro di una organizzazione criminale, sopratutto perché le azioni che mi hanno portato in carcere riguardano la solidarietà pratica che ho mostrato a due persone ricercate dalla polizia. Non è possibile che questa decisione, che ha dimensioni sia politiche che emotive, sia legata nel attività di una organizzazione criminale con una struttura autoritaria e con finalità criminali come la mafia statale e i suoi collegamenti con il governo, gli sbirri, i giornalisti e i giudici. Una organizzazione criminale (come viene definita nella legge 187 con il quale siamo processati) nasconde persone cervelli e penose esecutori. Questo è più che offensivo per le relazioni che abbiamo scelto di avere.

Questa immagine marcia viene promossa dagli sbirri che nelle carte si riferiscono a Giannis come il capo dell’organizzazione, poi viene riprodotta dai giornalisti vergognosi e disonorevoli che mi presentano come la sua amica- assistente. Nessuno mi ha sedotto e nel mio percorso nessuno va avanti a mostrarmi la strada. Ho deciso di andare insieme con i rischi che seguono le scelte che esprimono i miei valori e ideali. Lontano da relazioni gerarchiche e di sfruttamento che tanti cercano di incolparci. Questa narrazione degli sbirri e dei giornalisti ha l’obbiettivo di calunniare le scelte di vita e di lotta che abbiamo fatto, mentre dall’inizio il mio atteggiamento davanti alle autorità giudiziarie è stato chiaro.

Avrei potuto probabilmente chiedere un trattamento più favorevole se avessi accettato quella narrazione e se non avessi preso responsabilità dichiarando ignoranza, ma quanto dignitosa può essere una decisione tale? Annullerebbe le stesse relazioni per cui stiamo lottando. Sapevo che stavo guidando una macchina rubata con due latitanti. Difendo la solidarietà pratica con i compagni latitanti sia fuori che dentro la prigione. Tuttavia, il fatto che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità non significa che permetteremo a nessuno di noi ad essere accusato o condannato per azioni che si basano su prove incomplete o assenti. Lo scenario della polizia secondo il quale noi siamo un’organizzazione criminale con struttura e ruoli gerarchici con finalità di realizzare rapine e che durante il nostro arresto stavamo trafficando armi, è lontano dalla realtà. Il fatto che sapevo delle armi in macchina che guidavo non vuol dire che le possedessimo insieme come organizzazione criminale o che le stavamo trafficando. L’accusa penale più pesante che ho è il possesso e il traffico di armi pesanti nel contesto di una organizzazione criminale, però sia dal arresto (nessuna arma è stata trovata su di me) sia dalle perquisizioni successive a casa mia, non risulta nessuna prova per convalidare queste accuse.

Difenderò le nostre relazioni, difenderò la mia scelta di essere solidale in pratica con le persone latitanti, ma distruggerò ogni scenario poliziesco che non si basa sulle prove, perché non ho intenzione di regalargli neanche un giorno in più della mia vita nelle loro carceri.

Però, siccome la vendetta dei servizi di Stato nei nostri confronti non si ferma qui, devo affrontare un processo in più per le accuse di resistenza e oltraggio ai bulli della polizia antiterroristica, durante la procedura di ottenimento di DNA. Una procedura durante la quale si realizza “l’ottenimento di materiale genetico con rispetto alla dignità umana”. Mi vengono in mente quei momenti in cui cercavano di estrarre materiale genetico da me, e l’unica cosa che ricordo sono uomini grandi fisicamente (le donne che mi hanno portato là sembra che a quel momento se ne sono tutte andate via a mangiare) che entrano nella cella del 11° piano cercando di immobilizzarmi. Mi sono caduti tutti addosso mentre io cercavo di proteggere la mia testa dai loro colpi sul muro. Dopo che mi hanno trascinato fuori mettendomi le manette dietro mi hanno caricata e portata e una stanza del 12° piano dove ovviamente non c’erano le telecamere a registrare le violenze che fanno. Qual era esattamente questa resistenza terribile che potevo fare? Da sola contro 5 maschi. Con le mani legate alla sedia avvitata al pavimento e due delle merde della sezione antiterroristica che mi tenevano per le cosce, tirandomi e aprendomi le gambe al punto che pensavo che le avrebbero rotte. Quanto potrei reagire mentre allo stesso tempo gli altri premono la mia testa (dove sono sensibile causa di una recente operazione) per farmi aprire la bocca per mettermi dentro il tampone? La parola dignità, quindi, non toccherà mai neanche un momento della loro vita e la minima e giusta resistenza che sono riuscita a fare è stata la difesa contro la violenza che stavo subendo.

Sono gli uomini dello stesso servizio che per mesi dopo la evasione di Giannis erano diventati la mia ombra seguendo tutto quello che facevo. Fuori da casa mia, nei miei trasporti, dentro il giardino della mia casa nel cuore della notte, nelle mie passeggiate in montagna, fuori dai luoghi di lavoro dei miei amici, nelle case della mia famiglia, nei miei viaggi fuori Atene. Anche all’interno dell’area dell’asilo universitario prima che fosse ufficialmente abolito dal governo Mitsotakis. Sono quelli che con prepotenza hanno fatto irruzione nella casa di mio nonno, di un uomo anziano, chiedendogli persino il ritiro di DNA. Sono quelli che hanno scelto di lavorare per un servizio dello Stato che si muove in modo oscuro e che le pratiche che segue non vengono limitate dalla legalità. Ha costruito le sue basi il più profondamente possibile con metodi illegali. Siamo severamente puniti se non rispettiamo le loro leggi, però l’apparato statale e i suoi dirigenti, dal governo agli prominenti servizi di polizia, spesso vanno oltre le leggi che hanno costruito per il controllo della popolazione e la sottomissione alla triste normalità che impongono. Naturalmente, la vendetta dei meccanismi statali continua anche all’interno delle mura. Regime speciale di detenzione (dalla prima settimana mi è stato annunciato dalla amministrazione penitenziaria che posso stare solamente alla cella al piano di sotto perché sono considerata come sospetta a evadere), continuità di “perquise” nelle nostre celle e battute da parte del servizio investigativo.

In ogni caso, tutto ciò che descrivo, non ha l’intensione di aumentare la paura dell’idea di reclusione. Inoltre, credo che chiunque abbia subito l’oppressione della società prigione e stia cercando di scappare da essa, possa fare ragionamenti che corrispondono nella vita delle persone qui dentro. Capire le similarità tra le sbarre fuori e dentro le mura. Ciò che conta è che la possibilità di essere rinchiusi al carcere occupa gran parte della vita e degli sforzo di tutte-i quelli-e che hanno deciso di lottare a resistere ad ogni forma di sfruttamento e che si rifiutano di sottomettersi alla legge e l’ordine che il regime impone. Perché quando resisti o cerchi di lottare contro un sistema di repressione e sfruttamento, o quando esprimi solidarietà alle persone che questo sistema persegue e imprigiona, non si può evitare di seguire percorsi illegali piccoli o grandi, passabili o inaccessibili. Quando scegli di lottare costretto di rimanere entro i limiti della legge allora la tua lotta diventa automaticamente prevedibile e controllabile. La potenza e l’efficacia di uno sforzo, la sua possibilità di avere successo, di vivere più a lungo, ingrandisce quanto aumenta la sua complessità e la sua imprevedibilità. In un sistema in continua evoluzione con l’assimilazione come arma principale, ogni resistenza può facilmente essere assorbita dal ritmo del consumo e diventare un altro prodotto sugli scaffali del capitalismo. In un epoca dove la libertà ad esprimere le scelte di ciascuno e ciascuna sembra un falso acquisto, non possiamo fare finta di non sentire il suono delle catene che trasciniamo. A questo punto si pongono con attenzione i confini della nostra libertà che è necessario attraversare.

Proprio perché confini e libertà non vanno insieme. Proprio perché il nostro ritmo di evoluzione deve corrispondere alla realtà. Per non seguire le situazioni ma essere pronti e pronte a crearle. In questa vergogna di civiltà umana che si basa sulla miseria, esiste anche il bel desiderio della resistenza. Da un prigioniero che decide di rompere le catene del carcere, da una donna che rifiuta le condizioni di lavoro imposte dai suoi padroni, dalle popolazioni indigene che lottano per vivere nella natura contro il suo saccheggio da parte del capitalismo, alla tigre che uccide il suo domatore. Dalle barricate delle metropoli occidentali alle rivolte sanguinose che rovesciano regimi dittatoriali che sostengono lo sfruttamento intensivo nei paesi svantaggiati del pianeta. Piccole o grandi rivolte che possono riempirci con forza. Sulle quali se non diamo attenzione, se non incendiano la nostra fantasia, siamo condannarti a nuotare negli stessi vortici che creano i cicli che fa la storia. Perché la idea di una rivoluzione totale sembra bella, però se la miseria della realtà ci ingabbia impedendoci di creare il presente, uccidiamo questa idea prima di farla nascere.

A questo punto, visto che scrivendo queste ultime parole, mi arrivano sentimenti di potere, non posso fare a meno di esprimere quei sentimenti che mi indeboliscono. Quando mi hanno buttato alla cella del 11° piano, ed ogni volta che entravo nelle macchine in cui si trasferiscono i reclusi, i primi pensieri correvano a tutti quegli animali che vengono ingabbiati da diversi uomini schifosi. Io sapevo i motivi esatti per cui ero ingabbiata e che la mia prigionia ha tempo limitato, però molti animali che vivono la violenza che io sto vivendo, non possono capire i motivi o vedere il periodo limitato – se sia – della loro reclusione. Infatti la violenza che subiscono e molto più grande. Al di là del’ orrore che caratterizza questa condizione, la questione è e deve essere puramente politica. Se vogliamo svilupparsi e creare situazioni dobbiamo sapere il terreno dove i nostri tentativi fioriranno. Per avere l’opportunità che rimangono vive, basta aprire i nostri occhi davanti alla verità della realtà. Non esiste che giriamo la testa allo sfruttamento più crudele del mondo, ciò che fa l’uomo alla natura a tutti gli altri animali. Anche noi che abbiamo deciso di vedere e combattere questa realtà, non è che essendo esseri umani non manteniamo questa crudeltà.

Ma proprio perché tutta la vita dentro questo sistema marcio è un compromesso, quando scegli di lottare cerchi di dare tutto quello che hai, mantenendo la tua dignità. Ancora i tentativi per la liberazione della natura e gli animali sono in uno stadio così piccolo che permettono nelle forze delle strutture autoritarie del complesso tecnoindustriale di essere molto avanti. Non siamo né di sinistra, né comuniste ma anarchici e anarchiche e la nostra lotta per la liberazione non si adatta a stadi predefiniti, anzi si diffonde ovunque e sempre contro ogni potere. Perché se lottiamo con una logica del tipo risolviamo prima la questione degli essere umani e poi degli animali e della natura, allora continueremo ad accoltellare cadaveri di animali che sono stati assassinati nelle carceri più crudeli che esistono nella storia, quella delle industrie di produzione di carne e prodotti che vengono da animali, o quelli delle industrie di esperimenti farmaceutici. Continueremo a permettere ai cacciatori di uccidere la fauna selvatica e alle grandi industrie di fare il profitto distruggendo anche le ultime foreste. A sporcare la acqua e la terra considerando tutto intorno a noi come sacrificabile. Continueremo a rinchiudere animali dentro le nostre case dove per la paura della morte ammazziamo la loro vita. Continueremo a sfruttargli per divertirsi, a comprargli, a vendergli, e a ingabbiargli nei nostri zoo. Continueremo quindi a nutrire la curiosità umana, la espansività e la sovranità con il sangue. Basta solo un momento ad osservare una foresta, una popolazione di animali selvatici, oppure le numerose gatte che ci sono qua nella prigione, per arrivare a questa considerazione ben precisa: almeno tutti questi animali, prigionieri, selvaggi, bastardi e randagi, non smetteranno mai di lottare per la loro libertà. Non soggiogarono mai i loro istinti selvaggi e di fronte alla guerra contro le loro vite fanno la lotta più dura. Una cosa che noi i umani teniamo a seppellire dentro di noi, ormai sottomessi della intelligenza che glorifichiamo.

La lotta per la liberazione totale bisogna magnetizzarci e allo stesso tempo metterci di fronte ad ogni tipo di sfruttamento. Quindi, l’obbiettivo non è costretto ad una linea stretta o a una questione di superiorità numerica contro il nemico. Si trova alla complessità del pensiero, al potere della volontà. Lontano dai stretti confini in qui ci restringe la autorità e la paura repressiva all’interno di noi stessi, o anche dallo stesso ambiente dove lottiamo. È molto utile riconoscere eventuali elementi patogeni e confrontargli individualmente e collettivamente, ma di sicuro è totalmente inutile vivere delusi. Lontano dalla oscillazione tra dinamicità e noncuranza del movimento, abbiamo scelto di entrare in un calderone che bolle sempre. Rifiutando i ruoli di esperti-inesperti, prigionieri-liberi, vero o falso per quanto riguarda una purezza politica. Contro ogni “eroizzazione” che porta soltanto al riciclaggio delle idee. Integrando e non emarginando i diversi campi di lotta a cui da vita la bellezza dell’anarchia. Ci vuole solo un po’ di spinta per esprimere i nostri pensieri, molta determinazione e dedizione al desiderio. Il nostro potere sorge dalla fame di respirare libertà selvaggia più momenti possibili.

Valavani Dimitra

Prigione di Koridallos

10/10/2020

Fonte: ilrovescio.info