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Rompere la piazza – Riflessioni intorno al reato di devastazione e saccheggio

Che cosa dice l’articolo 419 c.p.? Praticamente nulla.

Che cosa significhi devastazione e cosa significhi saccheggio in termini giuridici non è esplicitato chiaramente dal contenuto della norma. La sua applicazione e i suoi limiti di estensione vengono determinati per casi giuridici. Il termine “devastazione” ed il termine “saccheggio” richiamano ad uno scenario straordinario di emergenza per cui viene messo in pericolo il vivere civile o la stessa solidità dello Stato; abbiamo visto nella parte storica come il reato venga utilizzato nelle situazioni connotate da un forte portato di rottura.

Casi emblematici sono quelli dopo i bombardamenti alleati ad Avellino (per quanto riguarda la dimensione del saccheggio) e dei giorni di rivolta armata in seguito all’attentato a Togliatti nel luglio ’48. Abbiamo avuto l’opportunità di osservare in molte occasioni come nella dimensione di sgretolamento e crollo della normalità, dovuti ad una situazione di emergenza, emergano tendenzialmente logiche e pratiche orientate alla solidarietà e all’autogestione piuttosto che situazioni di sciacallaggio e devastazione. New Orleans, L’Aquila, il terremoto in Emilia dimostrano con chiarezza che polizia ed esercito intervengono, non a tutela dei cittadini, bensì per tutelare lo Stato e la sopravvivenza della società, per riaffermare uno stato di cose che viene messo in discussione, non dall’emergenza in sé, ma dalle forme possibili di rottura con tutto questo.

L’uso massiccio oggi del reato di devastazione e saccheggio rappresenta un’inversione di tendenza rispetto al periodo più conflittuale della storia recente italiana, gli anni ‘60 e ‘70, dove gli scontri sociali erano molto più marcati e dove determinate pratiche di attacco erano molto diffuse e, possiamo dire, quotidiane. Ci è parso utile interrogarci riguardo alle motivazioni della riesumazione di questo articolo del codice penale.

Le grandi trasformazioni sociali degli ultimi venti anni, tra cui spiccano il fallimento del più grande movimento di massa recente, quello “no global”, distrutto da dissociazioni e riformismi, la profonda ristrutturazione capitalista, i grandi processi migratori, hanno portato un progressivo tentativo di rafforzamento del potere centrale attraverso un controllo sempre più pervasivo, un inasprimento delle sanzioni per chiunque trasgredisca leggi e norme, il tutto in nome delle strategie securitarie. Il timore per le cosiddette classi pericolose in un momento di incertezza e precarietà sociale è aumentato e bisogna correre ai ripari, anche preventivamente. A ciò si deve aggiungere un certo sfaldamento del tessuto sociale potenzialmente esplosivo, causato dalla sua normalizzazione, dal suo recupero e dal suo disinnesco. Se è vero che gli sfruttati sono sempre di più e sempre più ridotti in schiavitù, è altresì vero che sono sempre più disgregati. Ciò ha prodotto una perdita della consapevolezza e della solidarietà “tra sfruttati”: durante gli anni ‘60 e ‘70 sarebbe stato molto difficile applicare una strategia repressiva utilizzando anche il reato di devastazione e saccheggio, se non con rischi di ulteriori rivolgimenti, poiché vi era un contesto ed un tessuto sociale reattivo, compatto ed in costante fermento, pronto a difendere individui e pratiche anche molto radicali e molto diffuse, finanche non concernenti episodi di piazza (un esempio su tutti: la solidarietà dei quartieri popolari ai rapinatori delle “batterie”). Era presente, sostanzialmente, una consapevolezza, nonostante le differenze anche molto profonde, di far parte di un unico strato sociale: quello degli sfruttati, perennemente in guerra contro gli sfruttatori. Di conseguenza, era presente anche una naturale solidarietà e simpatia verso molte forme di illegalità e radicalità.

Come abbiamo visto nella parte giuridica, lo Stato si avvaleva di altri strumenti repressivi altrettanto efficaci. Nonostante sia arduo e non sempre corretto fare comparazioni tra diversi periodi storici e contesti sociali, ci è sembrato interessante analizzare brevemente la vicenda dei 5 compagni greci, per i quali era stata richiesta l’estradizione per i fatti del primo maggio. Prendiamo innanzitutto atto del fatto che il reato di devastazione e saccheggio nel codice penale greco non esiste, pertanto, dal punto di vista giuridico, non è possibile estradare nessuno se il reato contestato non è presente nelle normative di entrambi i paesi. A ciò si aggiungono le motivazioni della corte greca: l’iniquità della pena rispetto al reato, la poca chiarezza del quadro processuale italiano e l’influenza della campagna mediatica diffamante costruita intorno agli arrestati. Inoltre siamo convinti che abbia avuto un peso considerevole la solidarietà portata avanti nei confronti dei 5 compagni greci, che ha visto azioni come l’occupazione dell’ambasciata italiana ad Atene e presidi di 600 persone fuori dal tribunale durante le udienze. Tale solidarietà rispecchia un contesto sociale in fermento e ricettivo,forse paragonabile a quello dell’Italia negli anni ‘70.

Tornando all’Italia, se consideriamo invece gli ultimi 20 anni, salta subito all’occhio la densità di processi con questo capo di imputazione. I moti contro il governo Tambroni nel luglio del ‘60 possono essere considerati l’ultima tappa nell’utilizzo di questo reato in una logica strettamente repressiva. L’accusa di devastazione e saccheggio nel nuovo millennio si configura come un dispositivo controinsurrezionale. Abbiamo identificato alcuni elementi che lo caratterizzano, consapevoli che possono essercene svariati altri.

È PALESE LA SPROPORZIONE DELLA PENA (8-15 ANNI) RISPETTO AI CASI DI APPLICAZIONE.

Giuridicamente, attentare alla vita di un uomo è meno grave che intaccare la proprietà privata, ma, se questo può essere interessante per capire i valori della democrazia in cui viviamo, riteniamo fondamentale non ricadere nella comparazione con altre pene per evidenziare sproporzioni rispetto a condotte ritenute più gravi, ma punite più lievemente. Capita troppo spesso di leggere articoli e testi che si orientano con le logiche e gli strumenti dei tribunali. Queste modifiche non fanno che affilare la lama di quest’arma in mano al potere, rendendo l’articolo uno strumento per reprimere i momenti di aperta ribellione. Oltre che essere inutile, questo è un discorso dannoso ed estremamente falsante. Quali sarebbero allora le punizioni giuste? E le condotte punibili? Questo ragionamento non ci appartiene. Va stroncato e rifiutato sistematicamente. Altra questione è ragionare sulla reale portata della pena prevista come palese deterrente per chiunque superi un certo confine di pratiche legali, più o meno efficaci che siano. Chi pensa oggi di rivoltare questa situazione normale deve tener conto di un dispositivo ben collaudato nella prassi e che nel migliore dei casi (rito abbreviato con riconoscimento delle attenuanti) raggiungerà i 4 anni di condanna.

ALTRO PUNTO È L’INDETERMINATEZZA DELLA NORMA

Essa garantisce un’estensione evidentemente arbitraria e diventa strumento politico per intimidire e criminalizzare interi contesti di lotta, oltre che il singolo individuo. Il reato di devastazione e saccheggio è stato pensato in origine per chi metteva in pericolo la sicurezza dello Stato e la sopravvivenza della società. L’articolo 252 del codice Zanardelli puniva “chiunque commette un fatto diretto a suscitare la guerra civile o a portare la devastazione, il saccheggio o la strage in qualsiasi parte del regno con la reclusione da tre a quindici anni” (salvo aumentare la pena se si fosse riusciti, anche solo in parte, nello scopo). Il successivo codice Rocco scinde l’articolo in due, il 285 c.p., che fa riferimento alla devastazione, al saccheggio e alla strage “allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato”, e il 419 c.p., che invece si riferisce solo alla devastazione e al saccheggio “fuori dai casi preveduti dall’articolo 285”. Il “fatto diretto a suscitare la guerra civile” sparisce. Nell’articolo 419 si dice anche che “la pena è aumentata se il fatto è commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito”. In pratica, il 285 è un reato contro lo Stato, mentre il 419 è un reato contro la società civile e si erge in difesa della proprietà privata. Chi compie un atto delittuoso che rientra nell’articolo 419, in sostanza, priva la società dei mezzi per sopravvivere e per difendersi, rendendosi automaticamente un temibile nemico interno. Le modifiche apportate dal codice Rocco, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare un alleggerimento del reato, invece lo rendono solo più vago ed indeterminato. Non è definito in cosa consistano la devastazione e il saccheggio, il che lascia spazio alla libera interpretazione di polizia e magistratura e la facoltà allo Stato di scegliere chi etichettare come nemico.

Come si fa a dire che i danni compiuti non sono semplicemente dei danneggiamenti, ma rientrano nel 419 c.p.? Per devastare e saccheggiare e rappresentare effettivamente un pericolo per la società, i danneggiamenti e l’appropriazione delle merci devono essere massivi. E com’è possibile che un solo individuo possa compiere una così enorme quantità di danni? E’ evidente che il reato di devastazione e saccheggio, come lo conosciamo oggi, non è altro che una camicia di forza cucita su misura addosso alle situazioni di piazza o ad altri momenti di rivolta che prevedano la partecipazione di un folto numero di individui. A partire dalla fine degli anni ‘90, infatti, viene a consolidarsi un orientamento di applicazione per situazioni legate principalmente ai movimenti politici radicali e agli ultras. È indicativo in quest’ottica come il primo processo recente sull’art. 419 c.p. conclusosi in cassazione sia quello relativo al derby Avellino-Napoli e che nell’anno seguente si conclude quello relativo alla giornata dell’11 marzo a Milano. Vengono cosi ad accumularsi una serie di precedenti significativi. A questi, si aggiunge il tentativo ben riuscito di estendere questo reato anche alle situazioni che riguardano i migranti e in particolare le rivolte dentro i CIE. Infatti, nel 2012 vediamo avvallata presso il tribunale di Milano questa tesi. Per dare man forte alla costruzione di questo tipo di accuse, dal 2006 in avanti è stato introdotto L’USO DEL CONCORSO MORALE: la sola presenza in contesti conflittuali basterebbe per provare la volontà di devastare e saccheggiare. Vogliamo sottolineare che questo espediente ha un’implicazione piuttosto inquietante: rende l’accusa potenzialmente estendibile a tutti quelli che si trovano fisicamente nei pressi della ipotizzata devastazione e presta il fianco, tramite analogie e teoremi significativamente arbitrari, a sempre più fantasiose interpretazioni. Ciò dimostra un uso sempre più creativo del diritto penale da parte della polizia e magistratura, che permette di associare l’empatia verso la piazza alla complicità effettiva dei gesti che vengono commessi: tutto diventa lecito, se l’intento è reprimere. Ad intaccare la solidità dello Stato e delle sue regole non sono solo i gesti radicali, ma proprio l’empatia che si genera in questi contesti. Lo scopo del concorso morale consiste proprio nell’annullare la distanza giuridica che corre tra il compiere materialmente un gesto e il limitarsi a non disapprovarlo. In sostanza vengono processate le intenzioni e le idee, più che le azioni.

Il reato di devastazione e saccheggio gioca un ruolo fondamentale nella costruzione del nemico della società e della civile convivenza. Oltre a relegare alla galera gli individui colpiti dalla repressione, sta contribuendo a disegnare, con tratti sempre più precisi, i contorni della figura di un nemico pubblico, impalpabile ed imprevedibile. Per quanto riguarda i momenti di piazza, le autorità hanno gioco facile nel materializzare questa immagine: i barbari devastatori, furiosi, ma senza scopo alcuno. Mettono a ferro e a fuoco le città, non si sa esattamente da dove arrivano, né precisamente quando. Nessuna città può sentirsi completamente al sicuro. Attraverso le campagne mediatiche demonizzatrici pre-corteo, il pericolo prende corpo e crea aspettativa; attraverso l’uso continuo e spregiudicato del reato di devastazione e saccheggio, il pericolo acquisisce un nome e si innesta nell’immaginario collettivo. Ecco finalmente uno scoop semplice e al tempo stesso eclatante. Dove non bisogna ragionare troppo per decidere da che parte stare, è chiaro agli occhi di tutti chi sia il nemico, il traditore della patria a cui dedicare fieri i due minuti d’odio orwelliani. Le voci si levano in un coro spaventosamente coordinato che va dai telegiornali ai social network, perfetta vetrina della propria indignazione. La velocità e la quantità delle immagini diffuse aumenta enormemente la possibilità di costruzione di una memoria sociale come registrazione visiva di eventi, motivo per cui il flusso e il riflusso delle stesse sono funzionali ai mutamenti impressi dalle strutture di potere. Vista la moltitudine di materiali avremo però una quantità tale di registrazioni degli eventi da intaccare la possibilità di filtraggio; e cosa c’è di meglio se non creare degli spettatori passivi? Questa operazione risulta particolarmente semplice perché non esiste una figura di riferimento per chi devasta e saccheggia, alla quale il senso comune può paragonare i singoli casi offerti dallo spettacolo. mIl 9 dicembre del 2014 Claudio, Chiara, Mattia e Niccolò sono stati arrestati con ml’accusa di terrorismo per un attacco al cantiere del TAV, durante il quale un compressore è stato reso inutilizzabile. In seguito a questi arresti si è sviluppato un forte movimento in difesa dei quattro che ha visto mobilitarsi numeri altissimi nelle piazze, composte in quel caso anche da chi raramente (per non dire “mai”) scende in mstrada contro gli atti repressivi ed a mfavore del quale diversi intellettuali si sono pubblicamente schierati.

Lungi da noi il voler dire che sia questo elemento a determinare azioni e percorsi rivoluzionari, che non vogliono e non devono dipendere dall’opinione pubblica; ma è interessante notare come il senso comune abbia rifiutato in quel caso l’accusa di terrorismo. Esiste già, infatti, un immaginario legato ad esso. Era evidente il contrasto tra questi riferimenti e i quattro NO TAV e l’attacco al cantiere. Per il devastatore senza scrupoli, invece, non esiste alcun riferimento. Non importa che dietro ad ogni passamontagna ci siano volti, identità differenti e che diversi siano i motivi che portano a gioire allo sgretolarsi di una vetrina o al sabotare, anche se per poche ore, il quieto vivere, ad esempio, della Milano bene. Il black bloc è la costruzione mediatica di qualcosa che non esiste, funzionale per definire, chiudere, circoscrivere la rabbia di persone di ogni estrazione sociale o provenienza. In questo quadro ben propagandato, commissionato dallo Stato, chiunque metta in discussione il teorema secondo cui il mondo debba continuare ad essere diviso tra oppressi e oppressori, con azioni mirate a colpirlo direttamente, non attacca il potere, il capitalismo e lo status quo, bensì agisce in preda ai propri istinti, senza alcuna logica. E’ doveroso, dunque, stigmatizzarlo pubblicamente. La vittima è il cittadino qualunque. Potenzialmente anche lo sfruttato potrebbe essere danneggiato dalla furia cieca di questi devastatori. Sull’immedesimazione si basa la presa di posizione delle masse e grazie a quest’ultima vengono totalmente giustificate le pene spropositate dell’apparato repressivo. Il potere punisce è vero, ma non per difendere sé stesso: si ritrae magnanimo, che magisce per proteggere lo spettatore. La gogna mediatica, infine, è la perfetta cornice: rende ancor più alto il muro tra accusati e potenziali solidali; ha funzione deterrente perché palesa i rapporti di forza; offre qualcuno da odiare e quindi allo stesso tempo qualcuno a cui inneggiare devoti. Riconoscere questo tentativo di creazione di un immaginario, significa riconoscere l’utilizzo spietato dell’immagine da parte del potere per incatenare lo spettatore nella contemplazione. In tal modo è facile risucchiare con gli oggetti propagandati o nella stessa propaganda le persone.

« Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti
del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio »
Debord

Diventano così giudici del nostro comportarci il nostro vicino di casa, amico o fratello, pronti a stigmatizzare anche la più lieve comprensione di una qualsiasi azione o pensiero al di là del tracciato stabilito, ma a loro volta esposti al giudizio altrui. Si arriva a derive che ricordano il romanzo 1984, in una versione ancora più triste e svilente in cui i membri del Partito possono essere chiunque. È in questo modo che gli Stati e il capitale, attraverso la spettacolarizzazione dell’immaginario, privano l’individuo dei propri gesti assopendolo, rendono “il vero un momento del falso” spostando quindi l’essere nello spettacolo. Quando si creano dei punti di rottura in cui il reale ritorna e irrompe con violenza andando a colpire (o almeno provandoci) i valori che determinano lo status quo, ecco pronta l’immagine per spostare l’attenzione dai motivi delle pratiche scelte, dalla ricerca di un significato, da un tentativo di comprensione, al soggetto indefinito e nemico che le compie.

Costruire l’immagine del devastatore vestito di nero partendo proprio dalle piazze che esprimono una certa radicalità, significa spianare la strada agli interventi repressivi futuri, appiccicare addosso ad ogni forma di dissenso “non pacificata” un’etichetta pericolosa, dare corpo al rischio del caos nelle strade e agli scontri con la polizia; il tutto per creare diffidenza e paura nei confronti delle piazze e dei movimenti in genere, nonché per frenare preventivamente la solidarietà e la possibilità di identificarsi con chi sceglie di non subire e di dissotterrare l’ascia di guerra. Tale demonizzazione è funzionale alla regolamentazione della protesta. La narrazione che viene fatta attraverso i media, ma anche attraverso le aule di tribunale e le dichiarazioni di personalità pubbliche, rasenta spesso il paradosso: la rivolta diviene devastazione e la devastazione diventa progresso. Ogni volta che un simbolo del capitalismo e dello sfruttamento viene colpito, lo Stato si affretta ad esecrare l’episodio. Al contrario, ogni qualvolta vengono devastati i territori e le vite di chi li abita, lo Stato afferma che tutto ciò avviene per migliorare le condizioni di vita e di commercio di quel territorio. Distruggere una vetrina è devastazione e saccheggio, mentre disboscare un’intera valle e espropriare case e terreni per costruire una linea ferroviaria è progresso. Chi resiste a delle cariche della polizia o allo sgombero di casa propria è violento, mentre le operazioni militari cui prendono parte gli eserciti di tanti paesi europei diventano inspiegabilmente missioni di pace. Questa distorsione della realtà è efficace non solo dal punto di vista dello spettatore (che poi si affretterà il giorno dopo un corteo a scendere in strada armato di spugnetta per cancellarne il ricordo), ma anche dal punto di vista di chi partecipa ai momenti di piazza, pur ostinandosi a rimanere legato al palo di proteste democratiche impotenti ed inefficaci, rassicuranti solo per la sensazione di poter ancora esprimere la propria opinione.

Perché un corteo non sia solo una passeggiata o, comunque, non si limiti ad esibirsi in qualche esplosione sul palcoscenico che è il centro delle città, preparate ad arte e svuotate dalle questure e dalle notizie allarmiste dei giorni precedenti, sono necessarie una buona dose di rabbia, coraggio e determinazione. Ma non solo, è necessaria la cooperazione tra gli individui, la capacità di muoversi agilmente nelle strade in piccoli o grandi gruppi, una conoscenza del territorio e delle sue potenzialità che permettano di sorprendere la polizia, di predisporre momenti di attacco e momenti di difesa, la capacità di non lasciarsi portare via chi combatte al nostro fianco e di sapersi dileguare al momento opportuno. Il reato di devastazione e saccheggio mira a colpire e minare i momenti di rivolta generalizzata che ambiscono a conquistarsi le strade e che non scendono a compromessi, per irrompere finalmente nella vita. Non vogliamo essere presuntuosi, per quanto questo scenario sia desiderabile sappiamo che spesso siamo ben lontani dal raggiungerlo. Ma, nell’utilizzo sempre più fitto di questo reato leggiamo la volontà del potere di impedire che ciò accada e di tagliare le gambe ad ogni momento radicale che, forse, preannuncia la venuta di qualcos’altro.

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