Piazza Fontana. E se ne traessimo delle conclusioni?

In occasione della presentazione de “La bomba” del giornalista Enrico Deaglio, il 7 novembre a Trento e il giorno successivo a Rovereto, è stato distribuito questo volantino assieme alla dichiarazione collettiva – “Ai cuori ardenti” – dei compagni imputati nel processo “Renata”.

di seguito il testo del volantino

Piazza Fontana. E se ne traessimo qualche conclusione?

È proprio vero che la storia insegna, ma non ha scolari. Se terrorismo è «l’uso indiscriminato della violenza al fine di conquistare, consolidare o difendere il potere politico» – definizione che si poteva trovare ancora in qualche dizionario degli anni Settanta –, la strage di piazza Fontana va collocata in una storia ben precisa. Di fronte alle lotte degli sfruttati, il potere politico ha risposto sempre in due modi: o colpendole in modo brutale o recuperandole attraverso la loro istituzionalizzazione. La seconda opzione non ha mai escluso la prima. La maniera forte attraversa tutta la storia italiana – dalla monarchia alla repubblica, dal fascismo alla democrazia – inglobando via via elementi diversi. Gli eccidi di lavoratori sono stati per decenni monopolio dell’esercito, delle guardie regie, dei carabinieri, della polizia. I lavoratori caduti, fra il 1919 il 1920, per mano delle forze statali superano di numero quelli provocati dallo squadrismo fascista fra il 1920 e il 1924. Squadrismo finanziato dagli agrari e dagli industriali, organizzato dagli ufficiali dell’esercito, favorito da carabinieri e guardie regie, protetto da prefetti e magistrati e poi benedetto dalla Chiesa. La strage di piazza Fontana riassume questa storia. L’apparato statale – tutt’altro che “deviato”, dall’Ufficio Affari Riservati fino al presidente Saragat – si è servito della manovalanza fascista, della complicità della grande stampa e dei depistaggi di questori e magistrati. Finiamola con la testi del complotto, delle anomalie istituzionali, della “notte della democrazia”, del “mistero italiano”. Che la strage fosse di Stato e che Pinelli fosse stato assassinato gli anarchici lo avevano detto già nel dicembre del 1969, in una conferenza che il “Corriere della Sera” definì «delirante». Se cinquant’anni di ricostruzioni storiche e giornalistiche hanno accumulato gli elementi, il quadro d’insieme, per la storia dal basso, è sempre stato chiaro.

Vogliamo trarne delle conseguenze? Mentre, cinquant’anni dopo, si può affermare anche nei salotti buoni che quelle furono bombe di Stato, gli anarchici vengono ancora arrestati e processati con l’accusa di essere dei “terroristi”. Come accadrà il 26 novembre qui a Trento contro sette nostri compagni, di cui condividiamo appieno le parole semplici, serene, fiere. Se non si riesce né si vuole capire l’abisso etico, storico e sociale che separa la violenza proletaria e rivoluzionaria da quella padronale e statale, la strage di piazza Fontana continuerà a perseguire il proprio scopo di mistificazione.

Terrorista è lo Stato. Libertà per i compagni.

anarchiche e anarchici

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