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Oltre la tristezza: rabbia!

Oltre la tristezza: rabbia!

“Non ho versato una lacrima. Ho smesso di piangere tanto tempo fa. Sono anni che vedo uccidere la mia gente dalla polizia.

Le persone mi dicono di essere dispiaciute. Beh, non lo siate. Perché quello che è successo, succede da lungo tempo a chi ho attorno.

Tutti gli uccisi dalla polizia sono miei fratelli e sorelle. Io non sono triste, non sono dispiaciuta. Sono arrabbiata”.

Leletra Widman, sorella di Jacob Blake

Tre notti fa, nel Wisconsin, un giovane afroamericano è incappato nel solito incontro con sbirri americani. Durante quello che i bravi cittadini definirebbero un normale controllo di polizia, nasce un diverbio. Il giovane, Jacob Blake, viene colpito alla schiena per ben sette volte. Portato in ospedale, i medici sentenziano l’atrocità: non potrà più camminare. L’ennesima vita devastata dall’autorità. Rapidamente circola un video in rete, dove nel corso del «normale controllo di polizia» si manifesta in tutta la sua brutalità la solita attitudine sbirresca. Nella piccola cittadina di Kenosha, dove è avvenuto il tragico normale evento, si scatena subito la rabbia che ancora va avanti in queste ore. Negozi saccheggiati, commissariati della polizia attaccati, strade bloccate dal fuoco e dal furore sovversivo di chi è sceso in strada. Purtroppo ancora due morti e diversi feriti fra i manifestanti. Si sa, non servono grossi manuali per capire dove stia il nemico. Scovarlo e attaccarlo in fondo è alla portata di tutti. Meno alla portata è la rabbia che si materializza, cioè quando l’idea diviene pratica. Di solito, dopo questi eventi, per calmare le acque del fiume in piena, media, autorità e politici cercano di intrattenersi con i famigliari che subiscono l’ennesima violenza del potere, cercando parole cristianamente autorevoli da diffondere, per far ritornare i bollenti spiriti di ribellione nella fredda indifferenza abitudinaria.

Questa volta, come è capitato altre volte, ai servi del potere è andata male. Le parole della sorella di Jacob non saranno un manifesto altisonante fatto con quattro slogan mal assemblati e sicuramente non promettono un roseo futuro. Ma quelle parole riportate qui sopra possono essere una forza sotterranea e negativa, che fa a pezzi l’inconsistenza delle frasi che parlano di razzismo dimenticando sempre che chi difende le divisioni e la segregazione della povertà dei molti per difendere la ricchezza dei pochi è sempre chi vuole mantenere i propri privilegi, che coincidono sempre con i propri conti in banca. Se la vita di chiunque conta, conta anche e soprattutto uno sguardo altro che dia forza a queste ribellioni. Non c’è da perdere tempo. Tutti noi potremmo incappare in un normale controllo di polizia e venirne fuori paralizzati o dentro una bara.

A Minneapolis si diceva «inferno o utopia?». E allora provocare l’inferno e il terrore per gli oppressori potrebbe aprire le porte a quella meravigliosa idea di utopia. Essa sta nel cuore solo di chi sente che per vivere una vita altra, vale la pena di mettere a rischio questa esistenza infestata da controllo, divise e sfruttamento. Davvero vogliamo farci sopraffare dalla mite tristezza? Non è più invitante darsi all’incontenibile rabbia?

Fonte: Finimondo