Integrazione in previsione degli incontri sul G20 di Amburgo a cura dei/le compagni/e tedeschi/e Pt. 2

1 – SUL G20 AD AMBURGO

Nel 2016 era stato deciso: i vertici dell’OCSE e del G20 avrebbero avuto rispettivamente luogo alla fine del 2016 e nel luglio 2017 ad Amburgo, nella Germania settentrionale. Il primo grande vertice dei capi di Stato in una metropoli europea, dopo molto tempo. In un contesto in cui l’attuazione dei Giochi olimpici estivi era fallita in seguito a un referendum, non è sorprendente che le autorità di Amburgo abbiano ospitato un altro grande evento per imporre i loro interessi in termini di prestigio internazionale e inasprimento interno.

Questo modo di realizzare progetti di valorizzazione, di repressione delle popolazioni e di rafforzamento autoritario — con un miscuglio pianificato di arroganza repressiva e di tattiche convenzionali di pacificazione democratica — ha qui una certa tradizione. Certamente ritroviamo gli stessi modelli del bastone e della carota in molte altre parti del mondo, ma Amburgo è un esempio particolarmente significativo di come le metropoli vengano sviluppate nel solo interesse della ricchezza, del consumo e della pacificazione. Tutta una serie di situazioni dimostrano chiaramente che l’evoluzione continua e a volte molto sottile di Amburgo, per farla diventare una città per i ricchi e per le istituzioni, ha sempre bisogno di progetti specifici e puntuali di intervento autoritario, per preparare il terreno alla ottimizzazione auspicata del consumo e del profitto.

Mi riferisco sia ai progetti realizzati in maniera assai offensiva per cacciare i settori indesiderabili della popolazione da luoghi diversi e in tempi diversi, sia al dispositivo dello stato d’emergenza poliziesco nei quartieri di cui le autorità temono temporaneamente di perdere il controllo. In particolare, la pulizia sociale mirata, compiuta soprattutto attraverso vaste campagne di controllo di polizia e consistenti nell’espulsione di consumatori di droghe e spacciatori dai quartieri di cui rendono difficile la rivalorizzazione, ha sovente evidenziato le pratiche sistematicamente autoritarie e il più delle volte razziste della polizia amburghese, che si adopera con zelo a dare manforte allo Stato e all’economia.

Quando i conflitti e le lotte auto-organizzate attorno al controllo e alla caccia ai poveri, che vanno dall’estate 2013 al gennaio 2014, sono sfociati in manifestazioni non autorizzate e talvolta selvagge avvenute per molte notti di fila, nell’attacco di un commissariato e in una grossa manifestazione che ha dato luogo ad una delle più grandi sommosse da molti anni a questa parte, la reazione degli sbirri, per quanto poco sorprendente, è stata assai eloquente. In seguito a un altro attacco, contro lo stesso commissariato di St. Pauli, nel corso del quale un poliziotto sarebbe stato ferito gravemente, hanno giustificato l’estensione dello stato di emergenza nel quartiere, ribattezzato «zona pericolosa» .

Ovviamente non ci sorprende affatto, non più di quanto ci indigni, che sia stato poi dimostrato che l’attacco descritto non era mai avvenuto, che era stato semplicemente inventato — questo fatto è tuttavia abbastanza emblematico per rimettere gli eventi al loro posto. Si è palesato che, in caso di perdita del controllo, le autorità di questa città dispongono di un vasto arsenale di mezzi d’intervento, e che dimostrarlo rimane un obiettivo manifesto del loro operato.

Per molti individui nel mio contesto, è stato molto importante sperimentare il fatto che è possibile andare nelle strade, in modo consapevole e all’occorrenza conflittuale, malgrado lo stato d’emergenza, con sbirri ad ogni angolo di via e incessanti controlli nei dintorni. Constatare che la migliore risposta all’estensione del controllo repressivo consiste nel diventare incontrollabili, agendo in maniera diffusa, informale e spontanea, spuntando in diversi angoli della città, bloccando le strade, compiendo attacchi e spingendo così la loro idea talvolta bizzarra, obsoleta e centralizzata del dominio fino al paradosso, è stata una esperienza molto istruttiva.

Questo breve periodo di momenti incontrollabili ha lasciato insomma due insegnamenti essenziali: da un lato una fiducia in se stessi molto più grande in generale davanti a sbirri ed autorità cittadine — prima sembrava impossibile potersi trovare in strada senza permessi e in maniera selvaggia, ora questa pratica si è progressivamente sviluppata come variante realistica di intervento. Inoltre, la fine dei conflitti attorno a St Pauli ha chiaramente dimostrato l’importanza di opporsi in modo offensivo al recupero e alla pacificazione dei conflitti sociali da parte di attori politici di ogni genere. La conclusione del confronto incontrollato alla fine è stata segnata da una manifestazione presentata da svariate organizzazioni degli ambienti di sinistra che reclamavano una «soluzione politica ai conflitti politici».

Quando l’appropriazione politica di questo conflitto sociale è arrivata al punto in cui la pratica dell’attuazione di «zone pericolose» è stata giudicata «incostituzionale» da un tribunale, la dinamica della lotta è ricaduta. Gli sbirri naturalmente hanno conservato lo strumento dello stato d’emergenza — semplicemente non si parla più di «zone pericolose», ma di «luoghi pericolosi».

Attualmente in questa città dobbiamo confrontarci con avvenimenti che, per vari motivi, non sono separati dalle situazioni sopra descritte e che d’altra parte mi pongono davanti a questioni cui non è facile rispondere.

Lo svolgimento dei vertici ha luogo nelle sale congressi di Amburgo — nel centro cittadino, a portata di vista e ad un tiro di sasso dai quartieri in cui trascorro molto tempo della mia vita. Condivido questo situazione con la maggior parte dei miei compagni di lotta e questo testo è un tentativo di dare una breve panoramica delle discussioni che abbiamo avuto e continuiamo ad avere nel contesto dei vertici. È diventato subito evidente che non sarebbe stato possibile ignorare questi eventi. Pur essendo forte l’impulso di stare lontano dalla messa in scena politica di tutti i partiti coinvolti, dai politici degli Stati del G20 fino alle mobilitazioni della sinistra, è difficile, se non assurdo, non riconoscere l’importanza sociale di questi incontri.

Bisogna riconoscere che oggi quasi tutti coloro che hanno qualcosa da dire su questi vertici si comportano esattamente come ci si può aspettare da loro. Ci sono al tempo stesso gli appelli delle grandi ONG che elemosinano un miglioramento della miseria mondiale, la campagna militante delle sinistre radicali a favore della mobilitazione del blocco nero e il gioco truccato dei predicatori della «disobbedienza civile», per non citare che alcuni esempi.

Le istituzioni che amministrano questa città in questa o quella direzione, dalla stampa ai poliziotti, usano la prevedibile retorica della propaganda da un lato contro le orde di manifestanti violenti e dall’altro sull’importanza della protesta pacifica. Poco prima del vertice dell’OCSE, alcune zone della città si sono già trasformate in obiettivi dello stato d’emergenza, il salone dei Congressi è circondato da poliziotti giorno e notte, e dopo qualche attacco contro alcune volanti molti commissariati della città sono stati recintati con filo spinato della NATO. Forse qui è il caso di chiarire fino a che punto apprezzi una palese disposizione all’attacco diretto contro le istituzioni del Potere, anche se purtroppo tocca riconoscere che per una tale dinamica sembra essere necessario un grande evento imposto, mentre la miseria della vita quotidiana dovrebbe essere una occasione sufficiente per attaccare a prescindere da provocazioni così evidenti da parte delle autorità.

Al di là dei processi istituzionalizzati che seguono i binari ampiamente calcolabili, si trovano quindi momenti che per via della loro pertinenza sociale possono essere importanti per un confronto continuo e conflittuale con il dominio, a condizione di porsi delle buone domande. Se accompagniamo la centralità imposta sui giorni del vertice di luglio con un’analisi approfondita del loro significato per il terreno su cui lottiamo, potrebbero delinearsi alcune opportunità di azione in cui le nostre idee di auto-organizzazione, di informalità e di attacco acquisiscono un proprio senso.

Ecco perché dobbiamo vedere il desiderio e l’aspirazione di un momento collettivo di rivolta, di disordine e di sommosse durante le giornate del vertice in relazione con la continuità dei progetti e dei processi che proseguiranno dopo queste giornate e che continueremo a sviluppare. Opporsi alla loro attuale attuazione della griglia delle esperienze di attacco collettivo e di perdita del controllo, può creare momenti la cui la dinamica supera queste giornate particolari.

Gli abitanti di Karolinenviertel, un quartiere il cui spazio è relativamente gestibile nella zona di St Pauli, sono stati concretamente colpiti dalla realizzazione dei vertici fin dai preparativi di quello dell’OCSE. Le sale dei Congressi in cui, dopo l’OCSE, deve tenersi anche il G20, delimitano il quartiere a nord e ad est.

Il Karoviertel è proprio ciò che si potrebbe definire un quartiere «alternativo» — abitato fin dagli anni 50 da lavoratori poveri e soprattutto da immigrati, si è evoluto in maniera piuttosto classica per diventare un quartiere in cui sempre più boutique, caffè e altri negozi di lusso sono stati progressivamente aperti e dove gli affitti sono costantemente in rialzo.

In questo quartiere particolare, i processi di rivalorizzazione sono tuttavia avanzati un po’ più lentamente che altrove, con una presenza costante di squat, un centro anti-autoritario in cui è ospitata fra l’altro una biblioteca anarchica e l’esistenza di un Wagenplatz, sgomberato nel 2002, che hanno contribuito ad una certa continuità di proteste visibili, anche se talvolta riformiste e di sinistra.

Ancor prima del vertice dell’OCSE nel dicembre 2016, alcune individualità anti-autoritarie e anarchiche hanno proposto con volantini e manifesti di tenere nel Centro Libertario LIZ, nel quale si trova anche la Biblioteca anarchica Sturmflut, un incontro di quartiere per affrontare la situazione d’occupazione che si prefigurava e discutere di solidarietà e di auto-organizzazione. Questa iniziativa ha incontrato un riscontro sorprendentemente positivo. È apparso chiaro che c’era e c’è un forte bisogno nella zona di affrontare con determinazione le potenziali restrizioni che le dette misure di sicurezza comporteranno per la vita nel quartiere, così come una grande apertura di spirito per la proposta di contrastare lo stato d’emergenza imposto, in maniera auto-organizzata, informale e autonoma rispetto alle organizzazioni politiche, allo scopo di opporre alla sensazione di impotenza una esperienza di solidarietà e di sostegno reciproco. Questi incontri non erano tanto volti a porre una critica o una opposizione nei confronti dei vertici quanto segnati dalla necessità di affrontare l’attuazione strisciante dell’occupazione poliziesca e le sue conseguenze sulla realtà sociale circostante. A partire da questi incontri ormai regolari si sono sviluppate varie iniziative che hanno reso visibili la solidarietà e l’auto-organizzazione a Karoviertel.

Così si sono tenuti a più riprese dei pic-nic, offrendo la possibilità di prendere uno spazio auto-determinato e senza autorizzazioni per riunirsi apertamente contro la presenza poliziesca e il controllo. Sono stati appesi striscioni sugli alberi, sono stati programmati film notturni, sono stati distribuiti volantini e c’era un tavolo informativo della biblioteca anarchica. La gente del posto portava del cibo, il bar accanto forniva elettricità e tavolini, si discuteva, si faceva conoscenza e si parlava delle possibilità di intervento. Imparando poco alla volta a conoscersi, si è cercato di agire al di là dei pic-nic in apparenza molto statici e tranquilli, di recente una piccolo corteo selvaggio ha attraversato il quartiere al limite del quale uno striscione contro i poliziotti ed il controllo è stato appeso sugli alberi, proprio di fronte alle sale dei Congressi.

Il carattere piuttosto «pacato» e molto sociale di questi momenti organizzati è attualmente al centro delle discussioni su queste esperienze tra compagni coinvolti. Ne consegue che conoscere individui sulla base dell’auto-organizzazione e della solidarietà significa in generale anche imparare i limiti delle relazioni che si tessono e che non si deve perdere di vista l’intervento individuale e offensivo nei contesti in cui si svolgono, se non vogliamo accontentarci di feste eterogenee e di piacevoli serate-barbecue tra vicini. Buone relazioni sociali, la conoscenza reciproca con le persone nelle strade in cui ci si muove e dove si lotta sono molto importanti — ma sta diventando sempre più chiaro che è indispensabile tenere presente il potenziale sovversivo dell’auto-organizzazione e della solidarietà e mettere in discussione in questa ottica le iniziative intraprese. Sfidiamo la pace sociale, intendiamo demolirla oppure stiamo creando strutture in cui la miseria sociale e l’assalto costante delle autorità diventino semplicemente più sopportabili?

La solidarietà nascente, le relazioni che si allacciano non sono combattive che dal momento in cui costituiscono il punto di partenza per un confronto più ampio con le ragioni che le hanno fatte sorgere.

Il fatto che dopo il primo incontro di quartiere gli sbirri abbiano fatto visita a tre persone, che compaiano sul contratto di affitto del Centro Libertario, per interrogarle su un possibile collegamento con un attacco incendiario avvenuto più o meno in quel periodo contro il Palazzo dei Congressi, mostra chiaramente quanto l’iniziativa non piacesse alle autorità. In seguito a quell’attacco, i poliziotti hanno interrogato anche molti vicini sulla soglia di casa in merito alla loro eventuale partecipazione all’assemblea. Poliziotti in borghese si aggiravano nei dintorni dei pic-nic e gli inviti affissi sulle porte venivano regolarmente rimossi, benché gli sbirri non siano finora intervenuti nelle iniziative pubbliche.

Accettare questa presunta pace non può ovviamente essere un’opzione, quindi dobbiamo cercare dove sia possibile attaccare vista la costante presenza e sorveglianza poliziesca. Alcune esperienze nel corso delle ultime settimane mostrano che il loro apparato di sicurezza ha delle falle che non riescono a colmare. L’incendio di un furgone di polizia destinato a sorvegliare la casa del sindaco sotto il naso degli sbirri di guardia, quello dei veicoli del sindacato di polizia nei pressi del quartier generale della polizia di Amburgo, o ancora quello di quattro furgoni nel parcheggio di una stazione di polizia dimostrano ad esempio come l’attacco sia sempre possibile nonostante tutto il loro arsenale.

In una situazione in cui quasi tutti si concentrano principalmente su un evento specifico, diventa primario mettere in evidenza che le possibilità di attacco contro questo mondo di sfruttamento e di dominio sono molteplici — Il corso ben oliato della quotidianità nella città robotizzata di Amburgo, lo sfrenato trasbordo di merci nel porto, il crescente sviluppo della città in Moloch che definiscono «Smart City» sono terreni di confronto difficili da controllare, nonostante tutti i loro intrighi militari. L’intervento continuo e distruttivo nel sistema propriamente funzionale di questa città può significare sperimentare per noi stessi la scelta autodeterminata e imprevedibile dei campi del nostro attacco, a prescindere dalle situazioni meticolosamente approntate durante i vertici. L’interruzione della quotidianità può mettere in luce che è possibile attaccare la determinazione della nostra vita ad opera di altri, con mezzi semplici e con un effetto potenzialmente di grande portata. Questa città è piena di nodi di collegamento che condizionano il funzionamento di questo formicaio programmato.

I mezzi pubblici di trasporto vanno avanti solo se il loro impianto di segnalazione funziona, le società di trasporto guadagnano solo se i loro distributori automatici di biglietti restano integri. Il lavoro può essere svolto solo se gli schiavi salariati arrivano al proprio posto su strade senza ostacoli e a condizione che la rete elettrica e di connessione rimanga indenne. Spesso c’è solo un «clic» tra l’ordine mortifero e il caos vivente, e scoprire dove si trovano questi punti può essere fondamentale per la nostra capacità di gettare benzina sul fuoco nelle situazioni in cui essi perdono il controllo.

maggio 2017 – Amburgo

2 – G20 AD AMBURGO: GIORNATE DI RIVOLTA

Nel corso del vertice del G20, migliaia di persone hanno portato la loro rabbia nelle strade di Amburgo contro la violenza degli sbirri e contro il mondo che difendono. Fin dalla settimana precedente il vertice, gli sbirri hanno chiaramente annunciato l’atmosfera che ci sarebbe stata: avevano previsto di scatenarsi e l’attacco senza preavviso della manifestazione di giovedì sera ha confermato che seguivano proprio quella linea. È chiaro che si sono assunti l’onere di provocare lesioni gravi, o addirittura dei morti, quando hanno chiuso la prima parte della manifestazione in un vicolo stretto a colpi di manganello, gas e cannoni ad acqua — là è stato il panico e per molti l’unico modo di uscirne è stato quello di scavalcare un alto muro. Ci sono stati molti feriti, ma anche scene di impressionante solidarietà quando le persone si sono aiutate a vicenda per scalare il muro, mentre i poliziotti non smettevano di farsi bersagliare dall’alto e linee molto determinate di manifestanti incassavano i colpi per proteggere gli altri.

Il manganello in faccia, il ginocchio sul collo, il peperoncino negli occhi devono ricordare chi comanda in questo mondo.

Nel corso di queste giornate i rappresentanti dei 20 paesi più ricchi si ritrovavano per decidere sul mantenimento di questo ordine di miseria. Migliaia di sbirri dovevano proteggere questo spettacolo da coloro che, in occasione di questo vertice, volevano esprimere la loro rabbia, il loro odio, la loro resistenza all’arroganza delle autorità.

Nella notte fra giovedì e venerdì, in molti hanno riconquistato un po’ della dignità che i rapporti di merda ci sottraggono giorno dopo giorno, attaccando i poliziotti in un sacco di posti, erigendo barricate ed aprendo con martelli, pietre e fiamme parecchie crepe nella facciata di una azienda che riserva il proprio spazio soltanto a chi funziona, a chi consuma, a chi si adatta.

Appena spente le barricate della notte, il venerdì mattina le prime auto cominciavano a bruciare. In vari luoghi della città, alcuni gruppi si sono dati da fare per dimostrare che quei giorni avrebbero significato molto di più dell’attacco di una riunione di dirigenti. Tra gli altri, agenzie immobiliari, auto di lusso, il tribunale dei minori, banche e vetrine scintillanti dei centri commerciali sono diventati bersagli ed i primi poliziotti sono stati costretti a scappare a gambe levate sotto gli attacchi. Alcuni hanno bloccato in massa altri punti della città con sit-in e cortei, senza che i mezzi scelti risultassero in contrasto fra loro.

Venerdì, la rabbia ha provocato un soffio di sconvolgimento, purtroppo raro in questo contesto.

Disturbare la pace del cimitero cittadino e interrompere la normalità, ostacolare il funzionamento della città dei ricchi e del consumo e non lasciare nessun dubbio sul fatto che lo Stato e le sue guardie non possono impedirci di vivere è un’esperienza molto stimolante.

Venerdì, una parte dello spazio di cui le autorità hanno brutalmente spossessato le persone di questa città nell’interesse della loro messinscena del dominio è stata riconquistata con la lotta per alcune ore.

Grazie alle barricate in fiamme e agli attacchi costanti contro i poliziotti, si è creato uno spazio in cui è stato possibile decidere per qualche ora quello che volevamo fare, indipendentemente dal potere dello Stato.

Ci sono stati saccheggi, le persone hanno preso ciò di cui avevano bisogno o voglia, altri ancora hanno distrutto alcuni simboli di questo mondo di consumo che uccide ogni senso di una vita selvaggia e libera, dandoli alle fiamme.

È apparsa una varietà impressionante di persone, che condividevano le strade, saccheggiavano, innalzavano barricate e attaccavano i poliziotti — molti di loro probabilmente non facevano parte di alcun ambito di movimento.

Se un qualsiasi autoproclamatosi portavoce di chicchessia sostiene che questa sommossa si è accontentata di inebriarsi di sé senza una linea politica, bisogna proprio dargli ragione, nonostante tutto il disgusto che può solo ispirarci il suo opportunismo servile.

Questa ripresa necessariamente violenta di uno spazio dominato dagli sbirri, che ha significato una rottura fondamentale con ciò che ci viene imposto quotidianamente, non ha nulla a che vedere con una agenda politica o col programma di una qualche alleanza, ma con la riappropriazione individuale della nostra vita.

Se qui o là un certo disagio va di pari passo con l’incertezza, ovvero con la paura di far fronte ad una situazione in cui l’ordine abituale deraglia effettivamente, ciò è comprensibile ed è pure parte integrante di un rottura fondamentale con la realtà.

Al di là di ciò, occorre domandarsi in questo caso chi ha paura, di chi o di cosa. Se una società così opulenta e ricca come quella di questa città del denaro e del commercio teme per la sua proprietà e se il lato terribile delle distruzioni deriva dal fatto che le merci sono state rubate e delle possibilità di acquisto devastate, allora questa società merita effettivamente di essere distrutta.

Il nostro addomesticamento in questo mondo di autorità è molto vasto. Lo sbirro così spesso invocato nella nostra testa è tenace.

Poche persone immaginano cosa possa comportare cacciare le autorità, è per questo che è indispensabile creare momenti in cui sperimentare la loro assenza.

Il fatto che in queste situazioni alcuni prendano anche decisioni che in seguito appaiono inadeguate o irresponsabili, non ha nulla di particolarmente sorprendente, in quei momenti come in altre situazioni della vita. Occorre anche parlare di questo, se vogliamo avvicinarci ad una concezione della libertà. Tuttavia deve essere chiaro che non c’è oggettività — soprattutto nella rivolta. Questa consiste essenzialmente nella responsabilità e nell’iniziativa individuali di chiunque voglia contribuirvi.

Per il momento, è ovviamente molto facile farsi imbrogliare dai discorsi delle autorità e dei guardiani di questo ordine. Sono i poliziotti ad aver messo volontariamente a repentaglio delle vite in questi giorni, non c’è alcun dubbio in proposito.

Lasciare che lo stress e la propaganda rimettano in discussione l’esperienza stimolante e liberatrice di questi momenti sarebbe un grossolano errore.

Questo fine settimana la resistenza ha abbandonato il terreno di una contestazione opportunamente orchestrata in modo politico e ancora una volta si vede che nella rivolta la questione sollevata è quella di sapere da quale parte si decide di stare.

Dalla parte di coloro che vogliono vedere questa società, questo ordine, questo sistema in rovina, nel senso di una vita di libertà e dignità, con tutti gli errori e i trionfi che porta la rivolta.

Oppure dalla parte di coloro che nel dubbio decidono di preferire una contestazione confortevole e prevedibile, inquadrata dalla sicurezza di rapporti totalitari, invece di lanciarsi nell’acqua magari fredda della libertà.

Anarchici per la rivolta sociale

luglio 2017 – Amburgo

Fonte: roundrobin

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