Conto Alla Rovescia: Un pugno d’anarchici d’azione e una doppia rapina – Raccolta di testi e comunicati

Quattro anarchici arrestati a Kozani dopo una doppia rapina in banca

Il 1° febbraio 2013, quattro anarchici sono stati arrestati dopo un inseguimento della polizia. Due di loro erano ricercati per partecipazione nel gruppo armato anarchico Cospirazione delle Cellule di Fuoco. Poco  prima c’era stata una doppia rapina in una banca e in una filiale delle  poste greche, realizzata da 8 persone. Durante la fuga dei rapinatori è cominciata una caccia all’uomo da parte della polizia. A un certo punto alcuni dei rapinatori, per fuggire, sono saliti sull’auto di un medico, dopo aver fermato il veicolo. Quattro di loro sono riusciti a sparire e sono ancora oggi ricercati (per due di loro sono stati rilasciati dei mandati di cattura, mentre gli altri due sono sconosciuti alle autorità). Gli altri rapinatori hanno preso il medico con loro come ostaggio e hanno continuato la loro fuga nel furgone rubato che avevano usato per la rapina. Le auto e moto della polizia sono riuscite a intrappolare il furgone e arrestare gli anarchici. Nello stesso momento, lontano dall’area della rapina, un altro anarchico viene arrestato, mentre guidava un furgone rubato che era stato trasformato in un’ambulanza. Gli arrestati sono: Nikos Romanos, Dimitris Politis, Andreas-Dimitris Bourzoukos e Yannis Mihailidis. Questa “ambulanza” sarebbe stata usata dal resto dei rapinatori come ultimo mezzo di fuga, poiché trasformata in questo modo non avrebbe attirato l’attenzione della polizia. All’interno dei due veicoli  vengono scoperte diverse armi (kalashnikov, pistole, mitragliette, scorpion Uzi) e la maggior parte dei soldi della rapina (circa 180.000 euro). Gli arrestati vengono pestati dalla polizia e portati dal giudice per l’interrogatorio. Durante il loro trasferimento urlano frasi come “lunga vita all’anarchia, bastardi!”. I quattro anarchici vengono incarcerati (uno di loro nel carcere minorile, avendo meno di 21 anni). Dalle investigazioni dell’antiterrorismo vengono scoperti e perquisiti degli appartamenti affittati con carte d’identità false dai compagni arrestati. In uno di questi vengono trovate pennette usb con comunicati di rivendicazione di due gruppi anarchici per diversi attacchi contro obiettivi dello Stato. Vengono trovate anche diverse carte d’identità falsificate.

Traduzione dall’opuscolo “A bank robbery, some anarchists and the choice to revolt”

Alcuni mesi prima…

Il 18 agosto 2012 veniva arrestato il compagno anarchico-comunista Tasos Theofilou, accusato di avere preso parte a una rapina avvenuta sull’isola di Paros il 10 agosto, in cui era rimasto ucciso un tassista che stava cercando di ostacolare la fuga dei rapinatori. Tasos si dichiara anarchico ma nega la partecipazione alla rapina a Paros. Poco dopo il suo arresto scopre anche di essere accusato di appartenenza alla CCF, che lui nega. I media segnalano, come suoi presunti complici nella rapina di cui è accusato, Giannis Mihailidis e Dimitris Politis, da più di un anno e mezzo ricercati per l’appartenenza alla CCF. Giannis Mihailidis scrive una lettera dalla latitanza per chiarire la sua posizione, e ne scriverà un’altra insieme a Dimitris Politis in occasione del nuovo processo dell’organizzazione rivoluzionaria Cospirazione delle Cellule di Fuoco.

Lettera di Giannis Mihailidis riguardo le accuse sull’incidente nell’isola Paros

Il 10 agosto è avvenuta una rapina in una banca nella località di Naousa sull’isola di Paros. Durante la fuga i responsabili hanno ucciso con un colpo un tassista, che nel suo fervore di buon cittadino aveva tentato di ostacolare la loro fuga. Il 18 agosto il compagno anarchico Tasos Theofilou è stato arrestato nel quartiere Kerameikos di Atene. Ha scoperto con sorpresa di essere accusato di aver preso parte a questa rapina, la prova della sua partecipazione sarebbe nel ritrovamento di tracce del suo DNA (preso nel commissariato centrale di Atene dopo il suo arresto) su un cappello ritrovato sul posto dove sono avvenuti i fatti. Tutta la spazzatura giornalistica del paese pubblica le sue foto e tutti i media di comunicazione lo descrivono come “mostro”, “psicopatico terrorista”, ecc. e inoltre segnalano due altri compagni, da più di un anno e mezzo ricercati  per  l’appartenenza alla CCF, Giannis Mihailidis e Dimitris Politis, come suoi complici. Tasos Theofilou si dichiara anarchico ma nega la partecipazione alla rapina a Paros. E’ stato quindi portato davanti al procuratore K. Baltas incaricato del caso della CCF, perchè la polizia insiste di averlo visto un anno e mezzo fa in compagnia di persone che furono poi arrestate nell’operazione antiterrorista del 4 dicembre 2010 (in cui furono presi Kostas Sakkas, Stella Antoniou, Alexandros Mitrousias e Giorgios Karagiannidis, che negano l’appartenenza alla CCF). Infine i giudici decidono di meerlo in carcerazione preventiva, sia per la rapina e l’omicidio di Paros sia per l’appartenenza alla CCF. Data l’ondata di disinformazione lanciata da stampa, TV, poliziotti e giudici, il compagno latitante Giannis Mihailidis ha pubblicato la lettera che segue.

Una piccola narrazione di una storia di illegalità…

Comincio a scrivere a causa delle accuse mosse a mio carico dai Mezzi di Inganno di Massa (i media), come complice nell’omicidio di un infame durante una rapina a Paros. La principale ragione per cui scrivo è per rompere il monopolio del discorso delle autorità, almeno intorno alla mia persona e alle mie scelte. Ovviamente fa particolarmente arrabbiare vedere qualunque piccolo viscido giornalista che ha imparato a strisciare e a fare quello che gli dicono i suoi superiori di fare descrivermi come “spietato”. Spietati sono coloro che riproducono le menzogne che potrebbero portare le persone alla distruzione. Quindi interrompo il silenzio che in uno stato di illegalità pensavo mi avrebbe aiutato a muovermi più con calma, e ho scelto di parlare. Tuttavia non voglio parlare in maniera parziale e creare un’immagine vittimista di me stesso, quindi mi esprimerò in maniera totale.

Per cui parliamo di me… Come anarchico ho scelto di partecipare ad ogni forma di lotta che consideravo promuovesse l’insurrezione e la resistenza contro l’autorità, al meglio delle mie capacità, dall’azione pubblica nelle manifestazioni, incontri, ecc. alle forme di guerriglia dell’insurrezione diretta. Fin da quando ho avuto esperienza della violenza dell’oppressione mi sono reso conto che la lotta anarchica è inseparabile dalla violenza. Indipendentemente da qualunque approccio filosofico alla violenza, la realtà dea che ogni approccio non violento sia al meglio ipocrita, se significa l’accettazione della violenza dell’autorità, che ovviamente non è solo oppressione ma si estende dalle sue forme più velate ai massacri di massa di persone nate nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Quelli che mi stanno rappresentando come un criminale assetato di sangue sono i difensori di un ordine mondiale assassino. Sono i difensori del dominio del capitalismo selvaggio basato sul sangue e sulla tortura di umani e animali, sullo sterminio della natura, che si nasconde dietro  vetrate scintillanti e uomini d’affari vestiti bene, dietro l’immagine e lo spettacolo. Mi sono reso conto quindi, che una delle scommesse della lotta è anche l’organizzazione di azione violente di liberazione…Ho quindi preso parte nell’organizzazione di strutture e azioni di guerriglia, ho scelto, insieme ad altri compagni affini, di stare dal lato dei compagni ricercati della Cospirazione delle Cellule di Fuoco quando furono pubblicati i mandati di arresto nei loro confronti. Si creò una relazione di solidarietà e collaborazione, che cominciò con discussioni sulla strategia rivoluzionaria e sui modi della diffusione della proposta anarchica, fino allo scambio di conoscenze tecniche, e supporto reciproco tecnico al livello dell’azione. Non ero un membro dell’organizzazione, e non c’era un’identificazione assoluta con le posizioni della Cospirazione che lo permettesse. Ho scelto quindi di partecipare in un altro collettivo rivoluzionario di cui eviterò di parlare in questa lettera, per non dare informazioni al nemico. Questo collettivo parla per sé e non c’è bisogno che io a questo punto lo supporti con la mia firma. La mia scelta di stare dalla parte dei compagni in clandestinità, una scelta di cui rimango fiero, ha avuto come risultato che io stesso sono stato spinto alla clandestinità insieme con i miei compagni Dimitris Politis e Theofilos Mavropoulos così come altri, per ora “anonimi” compagni, dopo l’operazione repressiva contro l’organizzazione rivoluzionaria C.C.F. a Volos (coincidentalmente pochi giorni dopo il mio attacco simbolico contro il parlamento con una freccia, e il mio arresto).

Lasciate che vi parli di quei giorni. E’ stata una grande perdita. Non solo perchè ha cambiato la mia vita come la conoscevo fino ad allora, ma perchè è stato un colpo catastrofico a una struttura rivoluzionaria importante  ed esemplare che aveva la possibilità di colpire spesso e pericolosamente, articolando un discorso che ha  rafforzato così tanto la diffusione sia dell’azione stessa sia delle percezioni anarchiche rivoluzionarie. L’azione di guerriglia comunque non si è fermata né si fermerà con una disarticolazione. La sola cosa che lo Stato riesce a fare è di congelare momentaneamente la fiamma dell’azione rivoluzionaria. Una fiamma che non si spegnerà mai finchè ci saranno persone che si rivoltano contro ogni autorità. Finchè ci saranno idee armate di azione. Oltre a questo, ovviamente, fu il sentimento di separazione dai compagni con cui avevamo forgiato gli stessi sogni, il sentimento che i compagni sono ora ostaggi, un sentimento che mi era sconosciuto prima dell’attacco degli sbirri a Volos, nel caso dei pacchi bomba inviati alle ambasciate in cui Gerasimos Tsakalos e Panagiotis Argirou furono arrestati, seguiti poi dagli arresti dei 4 a Thessaloniki e poi all’arresto di Mihalis Nikolopoulos. Un sentimento che non può essere descritto ma solo provato, ci ha portato alla promessa che ci siamo fatti, di fare qualunque cosa per ribaltare la loro condizione di ostaggi.

In quei giorni, in cui ho sentito cosa significa venire cacciati, in cui ho cercato disperatamente di rimanere libero per continuare a lottare, con strutture minimali all’inizio, ma con compagni forti e devoti, pochi di numero ma non nell’anima, vennero gettate le basi per la nostra futura vita illegale. Eravamo da quel momento soli contro lo Stato, contro migliaia di poliziotti e bastardi delle forze anti-terroriste. Una forza che ha connessioni con i servizi segreti degli Stati dominanti di tutto il mondo. Con tutti questi bastardi alle nostre calcagna, abbiamo imparato come muoverci, fuggire ed auto-finanziarci. Il successivo momento più importante è stato la battaglia del nostro fratello Theofilos Mavropoulos con gli sbirri a Pefki. Non darò ulteriori informazioni riguardo la mia partecipazione o meno in questa battaglia. Quello che è importante è che l’attitudine estremamente solidale e combattiva di Theofilos, che ha combattuto da solo con una pistola contro due poliziotti armati, ha avuto come risultato che una persona di più nella lotta è fuori dalle mura delle prigioni, e principalmente che è stato evitato un altro sanguinoso arresto alle vittorie della polizia contro di noi. Spero che le ossa rotte degli zelanti servitori del regime gli facciano ancora male…

Con un fratello di più reso ostaggio nelle celle della democrazia, indeboliti abbiamo avuto esperienza di nuovo di un’altra perdita… Una perdita che tuttavia aveva dentro di sé una vittoria. Perchè conteneva la non-rassegnazione. E’ stato il rifiuto di compromesso con gli ordini dell’autorità che ha portato alla battaglia. E’ stato il forte deposito lasciato da ogni battaglia sanguinosa portata avanti dai rivoluzionari contro i loro persecutori. La cosa principale comunque è che lui sia vivo. Uno in più dei nostri lì dentro, il che supporta il nostro desiderio di attaccare le prigioni e quello che rappresentano.

E da qualche parte qui comincia uno sporco gioco della polizia a nostre spese, poiché probabilmente i capi della polizia si sono resi conto che non potevano avvicinarsi a noi. Hanno quindi cominciato a diffondere false informazioni ai media e hanno indicato la nostra partecipazione in azioni che non abbiamo fatto e su cui non hanno prove. Per qualche ragione insistono a fare questo in casi dove credono di poter riuscire a manipolare il  “sentimento comune” contro di noi. Non sono interessati solo a prenderci di mira, sono interessati a diffamarci. Ecco perchè presentano l’attacco incendiario nella metro, in cui nessuno si è fatto male, o poteva farsi male, come un cieco attacco terroristico. E hanno coinvolto i nostri nomi nel caso. Allora, non sentivo il bisogno di chiarire la mia posizione, a parte il fatto che non c’entravo, perchè comunque non era un’azione con cui ero in disaccordo. In realtà non sono d’accordo con parecchi punti dei discorsi portati avanti dall’organizzazione rivoluzionaria “Movimento 12 Febbraio”, ma il riferimento a questo è importante solo per i miei compagni e non per i miei nemici. In ogni caso allora mi sembrava logico che essendo ricercato per la partecipazione in un’organizzazione che piazzava bombe fossi sospettato di azioni simili.

Ma ora il gioco sporco degli sbirri ha preso proporzioni tragiche. Mi stanno prendendo di mira per omicidio, come complice nella rapina a Paros. Ancora creano impressioni manipolando la realtà e parlando di attacco su un cittadino a caso, e altre stronzate che sicuramente non rappresentano la realtà. La citazione ripetuta della sua professione crea l’impressione che i rapinatori gli hanno sparato perchè era un tassista (!) e non perchè ha bloccato la loro fuga che poteva essere critica per i rapinatori, mentre un riferimento alla sua identità politica – era un sostenitore della giunta militare – non è mai stato fatto. Ovviamente anche questa è un’immagine che mi sono creato dagli stessi giornalisti, e poiché non ero lì per sapere cosa è successo, mantengo delle riserve.

Questo  ovviamente  non  mi  impedisce  di  riconoscere  il  ruolo dell’infame in questo caso. A parte il fatto che mi stanno accusando di questa azione. Sono arrivati al punto di mostrare una fotografia della rapina e indicare quale sarei io! E poi mostrando la mia foto con l’arco e la freccia a Syntagma square. Così è come manipolano l’opinione comune, con queste tecniche creano e stabiliscono qualunque menzogna che aiuti le autorità a realizzare la sottomissione delle persone. Questa notizia falsificata è letta da ogni aspirante eroe-infame come Dimitris Mihas, che sarà pronto a sacrificare sé stesso per servire l’ordine e la legge.

Il fatto che io stia chiarendo la mia posizione, il fatto che non ero là, non è una bugia tecnica per salvare me stesso. E’ una verità che ho bisogno di urlare, perchè se glielo permetto diranno tutto quello che vogliono e alla fine mi accuseranno di tutto. Sono pronto a prendermi la responsabilità per quello di cui sono responsabile. Non intendo negoziare la mia onestà, e difendo appassionatamente la posizione per cui quello che i rivoluzionari dicono nei loro discorsi pubblici non possono essere menzogne. Semplicemente perchè una tendenza a definire testi dalla linea difensiva nelle istituzioni (comprensibile, in un certo senso), quando applicato nell’eludere il valore dell’onestà (non verso gli sbirri e i giudici, ma verso quelli che vogliono ascoltarci), finisce con discorsi che perdono la loro importanza rivoluzionaria e diventano una tecnica di difesa giuridica. E alla fine i rivoluzionari perdono la loro credibilità. Quando ho saputo della rapina a Paros, istintivamente mi sentivo dal lato dei rapinatori. Voglio credere che i poliziotti non riusciranno a prenderli. Ho letto articoli secondo cui sarebbero sulle loro tracce e penso “questa è una stronzata, hanno detto la stessa cosa per me così tante volte ed erano bugie. Mi hanno preso davvero solo una volta e i giornalisti non hanno scritto niente, probabilmente stanno fingendo…”

A questo punto ci sono molte cose che vorrei condividere in questa lettera ma mi autocensuro perchè c’è sempre il rischio strisciante che il nemico arrivi a conclusioni che possono aiutarlo nella guerra contro di noi. Forse arriverà il momento in cui non importerà per il nemico e allora parlerò. E’ importante che io parli del compagno Tasos Theofilou che è stato arrestato per questo caso. Non lo conosco personalmente, ma riconosco nei suoi testi una persona degna. Non credo a quello che dicono i poliziotti, e crederò a quello che il compagno scrive nel suo testo pubblico. Credo in ogni caso che lui abbia bisogno della nostra solidarietà per non essere seppellito nel silenzio. Gli mando un abbraccio fraterno e un “tieni duro, compagno”. Chiudendo vorrei mandare il mio amore ai fratelli con cui ci dividono i muri delle prigioni, Theofilos, i membri della Cospirazione, i 3 di Thessaloniki e Rami, che ha sempre mantenuto alta la bandiera della guerra rivoluzionaria e non si arrende mai. La loro lotta senza compromessi contro la perquisizione corporale (e di altri compagni che ora sono fuori) è costata loro decine di giorni di isolamento, provvedimenti disciplinari ed esaustivi scioperi della fame.

Le loro battaglie per la dignità sono sempre un incentivo per l’azione. Una prova sostanziale che la lotta continua dentro le mura delle prigioni sia attraverso lo sviluppo di lotte dinamiche come il rifiuto della perquisizione corporale, sia con le pistole e i coltelli cercando di riottenere la libertà e la fuga dal regime di ostaggi che il nemico ci ha imposto, per esempio con il tentativo di evasione dei membri della CCF e di Theofilos Mavropoulos dalle prigioni di Koridallos. E per finire, i miei caldi saluti a tutti gli anarchici, i combattenti e i prigionieri insubordinati così come a tutti i compagni latitanti nel mondo.

ONORE AI CADUTI NELLA GUERRA RIVOLUZIONARIA

PER LA RIVOLUZIONE E L’ANARCHIA

INSURREZIONE SEMPRE E PRIMA DI TUTTO

Giannis Mihailidis

Settembre 2012 (contrainfo)

Comunicato dai fuggiaschi Dimitris Politis e Giannis Michailidis in occasione del nuovo processo per la CCF 13/12/2012

Parliamo in occasione del processo contro l’organizzazione rivoluzionaria Cospirazione delle Cellule di Fuoco, perché ci capita di essere ricercati per questo caso.

No, non stiamo facendo alcun appello ai rappresentanti giudiziari del Potere. Non ha senso indirizzarci ai nostri nemici. Facciamo appello ai nostri compagni, nel senso più stretto e più ampio del termine. Cerchiamo di incontrarci con ogni scintilla ribelle nelle anime delle persone che si sentono, proprio come ci sentiamo noi, annegati nei contrai imposti dal sistema.

Vogliamo chiarire in primo luogo che non siamo membri dell’O.R. Cospirazione delle Cellule di Fuoco, non per rinunciare alle nostre responsabilità legali, ma per evitare l’identificazione del nostro discorso politico con il  discorso dell’organizzazione, dato che manteniamo i nostri disaccordi. Naturalmente, restiamo impenitenti nella nostra scelta di sostenere e di fatto essere sostenuti dai compagni della CCF, e nella nostra scelta di partecipare attivamente alla lotta anarchica.

In ogni caso, siamo nemici della loro giustizia, ed è solo ragionevole che dobbiamo essere trattati come tali. Come anarchici, siamo ostili al sistema giudiziario e allo Stato nella sua interezza. Quindi, ogni accusa contro di noi è anche un titolo d’onore. Naturalmente, eravamo clandestini ancora prima che lo Stato ci dichiarasse come tali, siccome avevamo messo in dubbio ed avevamo respinto la validità delle sue leggi molto tempo fa, rompendo con esso apertamente e segretamente. Abbiamo scelto di non rispondere al dilemma della “legalità o clandestinità”. Dopotutto, l’azione rivoluzionaria non può essere definita come un atto autorizzato dalla legge. Se la legge riuscisse ad assimilarla, perderebbe il suo vero significato.

Naturalmente, l’azione del rifiuto di consegnarsi non è solo una scelta parziale di rifiuto e di disprezzo per il sistema giudiziario e le sue marionette. Si tratta di una presa di posizione contro le decine dei – piccoli e grandi – colpi di stato che il Potere infligge sulle nostre vite; dall’estorsione del  lavoro salariato e dall’essere  intrappolati sia fisicamente che psicologicamente nei tentacoli della dittatura economica, alla repressione violenta tramite le armi da fuoco e i manganelli dei sbirri, e la proiezione virtuale di noi stessi come una pallida imitazione di ruoli, identità e prototipi visti sugli schermi di tutto il mondo tecnologico. La dittatura economica, basata sulle armi e il traffico della droga, si nutre del sangue proveniente dalle stragi umane che essa provoca, e organizza il mondo industrializzato saccheggiando la terra, torturando tutti gli esseri viventi che sono utili ai suoi scopi e uccidendo tutto ciò che non è in grado di adattarsi al suo sviluppo feroce.

La vita e l’esistenza di una persona libera, di un anarchico, non può essere determinata dai libri del diritto, dalle panchine giudiziarie o dai sapientoni autoritari. Questo è il linguaggio della sconfitta, della riconciliazione e della resa incondizionata; è come depositare la propria esistenza nel tritacarne e stare in attesa dell’arrivo di una sentenza. Terrorista colpevole o cittadino innocente. Tale punto di vista include l’accettazione di identità che il potere ci impone per dividerci e frammentarci, allo stesso modo, come fa con tutti i suoi nemici all’interno del mondo capitalista. Innocente o colpevole, legale o clandestino, pacifista o violento… Questo è il motivo per cui il meccanismo repressivo offre incarcerazioni in attesa di giudizio e pene detentive a priori, secondo la posizione politica dell’accusato e non in base alle prove ottenute. L’unico dilemma che riconosciamo è chiaro: con i ribelli di tutte le parti, con i nemici dell’esistente, o con coloro che creano e sostengono l’esistente…

Quindi, avevamo già deciso da prima che se i meccanismi repressivi ci avessero messo nel loro mirino avremmo difeso la nostra libertà come una causa personale. Perché quando la libertà viene contrattata in un’aula di tribunale in cambio di un po’ di rinuncia o di una leggera riaffermazione della propria convinzione  politica, non è più libertà. Si tratta di sottomissione.  Se non fossimo riusciti a rimanere liberi (assediati), sicuramente in questo momento avremmo avuto il modo di disprezzare i giudici e i loro rituali profani coperti di sangue, di essere al fianco dei nostri compagni che già sputano sui loro volti, sia attraverso la loro assenza o lottando per dimostrare le contraddizioni del sistema giudiziario.

Dichiariamo perciò che uno dei motivi per il nostro sottrarci alla giustizia è puramente la nostra dignità individuale. Un altro motivo è quello di continuare la lotta anarchica con tutti i mezzi e in tutte le sue forme. Perché se avessimo abbandonato la lotta in questa condizione difficile, sarebbe stato come se non fossimo mai stati impegnati in essa. La nostra linea difensiva in qualsiasi tribunale sarà solo la difesa dell’azione anarchica, e in questo caso la difesa della violenza rivoluzionaria in generale, e la sua forma di guerriglia, in particolare, che viene attaccata dai terroristi-giudici.

Questa lotta viene effettuata in primo luogo e soprattutto a livello delle coscienze e successivamente ad un livello “militare”. Questo non vuol dire la rinuncia all’azione violenta, dal momento in cui aspettare passivamente i nostri tiranni sicuramente non promuove la coscienza. Abbiamo scelto invece la promulgazione dell’azione con tutti i mezzi e in ogni modo.

Nel mondo della violenza universale in cui viviamo, qualunque atteggiamento di vita che nella sua totalità non è violento diventa impraticabile. Il capitalismo è la guerra di tutti contro tutti; è l’applicazione del motto “la tua morte è la mia vita”; dalla concorrenza della schiavitù salariale fino alle guerre transnazionali. Pertanto, anche la sua accettazione passiva implica il supporto per un sistema totalmente brutale, visto che permette di sopravvivere se solo si lavora e si consuma nel suo quadro. Di conseguenza, la questione posta è come trasformare le nostre esistenze contro la macchina; come diffondere la violenza, non ancora indiscriminatamente o pateticamente contro tutti noi compresi, ma in particolare contro gli amministratori e i difensori di questo sistema, contro tue le piccole e grandi autorità, a cominciare dai grandi capitalisti che traggono il maggior beneficio dallo sfruttamento, attraverso i gestori dello Stato che hanno le mani sulla politica, e, infine contro gli sbirri, i mercenari armati dello Stato.

Nella condizione di debolezza in cui ci troviamo contro lo Stato, i colpi più gravi a livello di violenza sono più facili da raggiungere attraverso la guerriglia. Le strutture della guerriglia nella fase in cui ci troviamo sono invitate a contribuire sia alla diffusione delle nostre idee con la creazione di azioni impressionanti e alla creazione di un timore rivale alla repressione. Ogni conquista di terreno ad una manifestazione, ad esempio,  è naturalmente più fertile, visto che rende la pratica rivoluzionaria violenta direttamente appropriabile da  molte persone, ma per il momento precisamente a causa della nostra debolezza, l’azione sulla strada ha la scelta di rispettare alcuni accordi o altrimenti di essere soppressa, per questo i mezzi della violenza scelti dai manifestanti sono di solito non corrispondenti a quelli della repressione. Quanto più ci moltiplichiamo e ci organizziamo più potenti diventeremo anche a livello di strada. E a questo punto è opportuno sottolineare che le strutture della guerriglia possono servire come modello di organizzazione militare nel presente per le battaglie frontali del futuro. Possono quindi contribuire al settore organizzativo come un progetto di esempio.

Per noi l’azione di guerriglia nel suo complesso non funziona in nessun modo in conflittualità con la nostra presenza sulla strada e nelle mobilitazioni aperte, invece può e deve essere complementare (competitive possono essere solo scelte parziali sbagliate derivanti dalla mancanza di rispetto l’uno dall’altro nella loro lotta). Questa è un’impressione che cerca di ispirare lo Stato per dividerci. Il suo metodo è la generalizzazione della repressione dopo ogni azione dinamica. Questo genera questa reazione psicologica alle persone che subiscono la repressione interiorizzandola. Perché siamo consapevolmente in grado di vedere che a lungo termine ogni azione violenta agisce come una conquista per noi, in quanto crea un deterrente al nemico. Al contrario, la recessione dell’azione aumenta in modo gigantesco la repressione fino a quando non avrà fatto morire tutto e non avrà più senso (ad esempio nei paesi europei in cui non c’è più azione violenta rivoluzionaria gli sbirri sono soliti arrestare quasi tutti i manifesti senza obiezioni dopo manifestazioni improvvisate, una cosa che l’eredità dei continui conflitti in corso in Grecia ha reso impensabile). Dal momento che si sceglie di resistere allo Stato la repressione è certa e naturalmente la soluzione non è di smettere di agire, ma di moltiplicare la propria lotta per vincere.

Chi sostiene che bisogna attendere la “maturazione delle condizioni oggettive”, nella realtà attende che giunga una situazione nella quale lo Stato ha già vinto. Né l’azione violenta rivoluzionaria, né la guerriglia urbana sono occasioni di calunnia; al contrario è l’inerzia il motivo per cui le nostre idee vengono messe da parte nell’abisso del sovraccarico di informazioni offerte dalla propaganda capitalista con i suoi prodotti pubblicizzati. Se non continuiamo a creare squarci e andare all’offensiva, la democrazia borghese ci assimilerà e ci venderà come un’altra merce sugli scaffali delle librerie, nelle conferenze universitarie per consumatori intellettuali, o anche sulle magliette e le spillette da balia dei punk modaioli.

L’altra strada passa per la rassegnazione e finisce con la sconfitta totale. Perché ci saranno sempre “sconfitte” in ogni singola battaglia quando siamo in guerra, ma queste danno fermento alla continuazione e al rafforzamento della lotta stessa, finché rimaniamo in piedi e dignitosi. Nel momento in cui viviamo e respiriamo in questo mondo, siamo in grado di contribuire anche noi a plasmare le sue condizioni. Si tratta di una guerra di logoramento, una fiamma che una manciata di persone può tenere accesa in attesa del fuoco che si ravviva, nello stesso modo in cui il lancio di pietre contro le forze della repressione era l’attività portata avanti solo da pochi compagni fino a che poi si è diffusa e gode oggi di un’ampia partecipazione. Se non ci fosse questa eredità, la strada sarebbe certamente molto diversa di questi tempi. Quindi l’unica battaglia persa è quella che non è mai avvenuta.

La scommessa è la radicalizzazione della lotta, sia nel contesto delle idee sia in termini di azione. La rivoluzione è una lotta costante dentro e fuori noi stessi, un continuo sforzo di auto-sviluppo, nessuna idea statica ha posto in una mente ribelle. Ogni valore ed ogni idea vengono messi in discussione, per dare vita a quelle nuove idee che a loro volta si metteranno in questione di nuovo. Ma ogni processo mentale non avrebbe alcun significato se non avesse il suo riflesso nel nostro rapporto con il mondo reale, se non portasse ad un confronto più intenso con la struttura autoritaria. Quello che ci rende anarchici è la nostra ferma posizione di ostilità nei confronti dell’autorità. Una posizione che trova il suo scopo attraverso il dubbio; perchè più cerchiamo di dubitare di un’idea, più forte essa diventerà. Durante il nostro tentativo di costruire comunità solidali vediamo sempre più profondamente la peste autoritaria, e guardandola negli occhi definiamo noi stessi e le nostre relazioni. Perché l’anarchia non appartiene a un aldilà immaginario, è qui, nella lotta per la sua conquista del presente. La fantasia della sua diffusione universale alimenta le nostre speranze, ma non le nostre illusioni. Nella storia umana, nulla è dato per scontato.

Questa è la nostra posizione in relazione al processo. Quando il processo giudiziario viene applicato ai nemici  dichiarati dello Stato, assume un altro carattere. Diventa campo di conflitto in cui lo Stato cerca di mantenere la sua immagine di onnipotenza, di fronte agli insorti che costantemente mettono in evidenza le  contraddizioni di questo processo miserabile. Il rito dell’obbedienza viene profanato. Perciò, lo Stato democratico moderno fa sì che questi processi abbiano uno status speciale.

La solidarietà ha bisogno di brillare per ottenere l’attenzione che si addice a questo processo e abbattere le mura temporanee che ci separano dai nostri fratelli imprigionati che danno la loro battaglia all’interno dei cimiteri di anime in cui la democrazia li ha sepolti. Per questa ragione il vuoto di azione creato dall’arresto della Cospirazione richiede la creazione di nuove organizzazioni. Oggi è più che mai necessario organizzarci e agire su tutti i livelli. Oggi che il mondo si trova in crisi, che le singole gabbie della comodità crollano insieme ai benefici dello stato sociale, è l’occasione per ampliarci e non ridurci schiacciati dalla paura della repressione. La repressione si presenta come una conseguenza del rafforzamento dello Stato e dobbiamo reagire a tutti i livelli.

I due nostri posti vuoti, insieme a quelli dei prigionieri che rimangono impenitenti, possano ricordare ai nostri persecutori che la repressione non ha vinto, la lotta continua e per ognuno di noi che viene catturato, qualcun altro prenderà la pistola e continuerà, e questa pistola li mirerà per sempre. Finché tentano di oscurare il sole dell’anarchia, c’è sempre il rischio di ricevere una pioggia di proiettili. N

NON CI RITIRIAMO – NON CI CONSEGNIAMO

Siamo solidali con i nostri compagni della Cospirazione delle Cellule di Fuoco, il nostro compagno Theofilos Mavropoulos, i rivoluzionari anarchici accusati per lo stesso caso e tutti i prigionieri impenitenti della guerra rivoluzionaria.

ATTACCO CON OGNI MEZZO ALLA SOVRANITÀ DELLO STATO/CAPITALE

Saluti ribelli a tutti coloro che lottano contro il sistema del potere.

NEMMENO UN MILLIMETRO INDIETRO

7,62 MM ALLE TESTE DEI NEMICI DELLA LIBERTÀ

VIVA La Cospirazione delle Cellule di Fuoco

10, 100, 1000 Organizzazioni Rivoluzionarie

LUNGA VITA ALL’ANARCHIA

Dimitris Politis

Giannis Michailidis

P.S.: Dichiariamo che non desideriamo essere rappresentati da un avvocato, visto che vogliamo che a questo processo sia assolutamente chiara la nostra non partecipazione. Non abbiamo bisogno di rappresentazione, qualsiasi cosa dobbiamo dire la pubblicheremo con un nostro comunicato.

Dicembre 2012 (contrainfo)

Arrestati i compagni Dimitris Politis e Giannis Michailidis

 Comunicato dei solidali:

“Secondo una notizia di Indymedia Atene i compagni Giannis Michailidis e Dimitris Politis sono stati arrestati dalla polizia insieme ad altre due persone. I mandati di arresto nei confronti di entrambi i compagni erano stati rilasciati in relazione alla presunta partecipazione dei due nell’organizzazione anarchica rivoluzionaria Cospirazione delle Cellule di Fuoco. Gli arresti sono stati realizzati il 1° Febbraio 2013, ed ora i poliziotti cercano di collegare gli arrestati a due rapine a mano armata avvenute nella zona di Kozani (Nord della Grecia). Tutti e quattro gli ostaggi sono stati duramente picchiati dai poliziotti. In un video proveniente dai mass-media dal tribunale di Kozani, i compagni si sentono gridare: “Viva l’anarchia! Lunga vita all’anarchia, brutte fecce!”; “Viva l’anarchia! Poliziotti, giudici, politici, non avete alcun motivo per dormire tranquilli. Abbiamo perso una battaglia ma non la guerra! – Vaffanculo “!

Forza ai compagni sequestrati dallo Stato!

2 febbraio 2012 (contrainfo)

Aggiornamento sul 23enne anarchico Andreas-Dimitris Bourzoukos, uno dei quattro compagni arrestati il

02/01/2013 , accusato per il caso delle rapine in banche

Comunicato dei solidali:

“Dopo un contatto dei solidali con i genitori di Andreas-Dimitris Bourzoukos, vogliamo informarvi di quanto segue: Tutti gli arrestati sono stati trasferiti (da Kozani) al quartier generale della polizia di Atene (GADA) da Sabato sera tardi, 2 Febbraio. La mattina della Domenica, 3 Febbraio, i genitori sono stati in grado di entrare in contatto con i loro figli, come hanno fatto anche i loro avvocati difensori. Fino ad allora, la polizia aveva negato tutte le rispettive richieste ripetutamente. I genitori sono stati autorizzati a visitare gli arrestati solo per 15 minuti, al 12° piano del quartier generale della polizia di Atene. In particolare, Andreas-Dimitris Bourzoukos è stato ammanettato ad una sedia per tutto il tempo della visita. Egli ci ha informato che, mentre era ammanettato con le mani dietro la schiena nelle celle di detenzione di Veria, i poliziotti gli hanno messo un cappuccio sulla testa, lo hanno costretto a inginocchiarsi e lo hanno picchiato per circa quattro ore sulla testa, sul volto e sullo stomaco, e alcuni dei suoi capelli sono stato strappati con la forza. Ciò è avvenuto senza alcuna resistenza da parte sua. Si intende che i poliziotti l’hanno anche minacciato per tutto il tempo e lo insultavano nel modo più volgare. Le conseguenze della suddetta tortura sono state le seguenti: sangue nelle urine, forti capogiri, mal di testa, edemi sul suo viso, ematomi su entrambi gli occhi, così come lividi ed ecchimosi ovunque sul suo corpo. I suoi genitori riferiscono che il suo volto era irriconoscibile e la sua voce era alterata da tutte le botte sulla mascella. Durante questi tre giorni, gli è stato consentito di bere solo acqua in bottiglia, mentre i suoi genitori non sono stati autorizzati a dargli pacchi di alimentari confezionati e succhi di frutta. Tutti i fatti di cui sopra non sono descritti al fine di presentare come vittime qualsiasi gli arrestati, ma al fine di evidenziare le torture e le violenze che si praticano “legalmente” dagli apparati statali. Nonostante tutto, Andreas-Dimitris Bourzoukos si mantiene forte e dignitoso, e il suo morale resta fermo. Forza ai compagni arrestati. Cercheremo di condividere ulteriori aggiornamenti a breve. (…)”

3 febbraio 2013 (contrainfo)

Grecia: Aggiornamenti sui quattro compagni arrestati il 1 Febbraio 2013, accusati per il caso delle rapine in banca

Comunicato dei solidali:

“Il 3 Febbraio gli anarchici Dimitris Politis e Yannis Michailidis sono stati portati al pubblico ministero presso il tribunale di Atene in materia di appello per quanto riguarda i mandati contro di loro sul caso CCF. Il 4 Febbraio sono stati portati al tribunale speciale di Koridallos durante la 25imma sessione del processo CCF. Entrambi sono stati rimandati nel carcere di Koridallos, dove sono imprigionati pure i membri della Cospirazione delle Cellule di Fuoco. Dal 5 Febbraio, tutti i quattro compagni accusati del caso della rapina in banca a Velventós-Kozani, vale a dire Dimitris Politis, Yannis Michailidis, Nikos Romanos e Andreas-Dimitris Bourzoukos sono stati trasferiti a Kozani, dove il 6 del mese dovranno attendere un’altra udienza al tribunale locale.

5 febbraio 2013 (contrainfo)

Grecia: Comunicato dei 3 compagni arrestati per le rapine in banche a Velventòs-Kozani

Rubiamo un paio di parole dalle celle del centro di detenzione dove siamo ostaggi per dichiarare i nostri obiettivi e le intenzioni in modo di chiarire la situazione sugli ultimi eventi. Come anarchici consideriamo la scelta della rapina di una banca come una scelta consapevole di resistenza. La nostra azione non aveva lo scopo dell’arricchimento personale. L’attacco contro i templi del capitale fa parte della nostra azione rivoluzionaria generale. A proposito della nostra tortura da parte delle forze di repressione, non vogliamo che essa contribuisca come punto per la nostra vittimizzazione. Non ci aspettavamo nulla di diverso dai nemici della libertà. Non dimentichiamo quante persone sono state schiacciate nelle stazioni della polizia e nelle loro prigioni. Che i segni della tortura diventino un’altra occasione per trasformare la rabbia in azione.Verso i rappresentanti istituzionali della giustizia, il nostro atteggiamento sarà intransigente e senza compromessi.

NON COLLABORIAMO – NON CHIEDIAMO SCUSA

VIVA L’ANARCHIA

Gli anarchici Nikos Romanos, Andreas-Dimitris Bourzoukos, Yannis Michailidis

1) Seguirà un testo dettagliato di tutti e quattro gli arrestati riguardo al nostro caso.

6 febbraio 2013 (contrainfo)

Presidio di solidarietà al tribunale per i quattro compagni arrestati per rapine in banche il 01/02/2013 Kozani, Mercoledì 6 Febbraio

Comunicato dei solidali:

“Un raduno si è svolto questa mattina (06/02) al tribunale di Kozani, dove sono stati portati i 4 arrestati del 1° Febbraio davanti al pubblico ministero e al giudice per l’interrogatorio. Parenti, amici e compagni da Atene, Salonicco, Kozani, Veria e Larissa (circa 80-100 persone) hanno unito le loro voci e sono stati accanto ai 4 anarchici. Non ci siamo fermati, neanche per un minuto, scandendo slogan di solidarietà fuori dal tribunale, cercando di scaldare i cuori dei compagni. Degli slogan sono stati dipinti sui muri del palazzo di giustizia ed abbiamo messo 4 striscioni di solidarietà nella zona. Il raduno si è concluso con un corteo verso la piazza centrale di Kozani, nel corso del quale siamo stati seguiti da decine di poliziotti anti-sommossa.Tutti e quattro i compagni sono stati rinviati in carcerazione preventiva in attesa del giudizio, e sono stati trasferiti alla prigione di Koridallos ad Atene.

TERRORISMO È PENSARE CHE SEI LIBERO

LIBERTÀ PER COLORO CHE SONO NELLE CELLE DELLE PRIGIONI

LA SOLIDARIETÀ È LA NOSTRA ARMA

Di seguito un messaggio dei 4 arrestati verso i solidali:

“Salutiamo i compagni solidali che si sono trovati al tribunale di Kozani. I loro slogan hanno riscaldato i nostri cuori. Anche in modo immaginario alziamo i nostri pugni accanto a loro. VIVA L’ANARCHIA”

Gli anarchici:

Nikos Romanos, Andreas-Dimitris Bourzoukos, Yannis Michailidis, Dimitris

Politis (contrainfo)

Parole di Nikos Romanos ai compagni che si sono riuniti in solidarietà fuori dalle mura del carcere giovanile di Avlonas

Comunicato dei solidali:

“Nel pomeriggio di domenica 17 Febbraio, circa 70 compagni hanno partecipato al raduno di solidarietà previsto di fronte al carcere di Avlona, dove Nikos Romanos è rinchiuso dall’11 Febbraio. Quattro squadroni dell’antisommossa stavano di guardia fuori dalle porte della prigione per tutto il tempo. I compagni hanno messo un sistema audio. Così, quando sono riusciti ad avere un contatto telefonico con Nikos, le sue parole sono state ascoltate ovunque forti e chiare attraverso le casse. Inoltre, per circa cinque minuti c’è stato un contatto visivo con Nikos, e tutte le persone riunite sono scoppiate in urla e grida. Di seguito è riportata una trascrizione del messaggio di Nikos ai suoi solidali: “Vorrei iniziare col dire qualche parola sul mio caso. Fin dal primo momento c’è stato un tentativo di presentarci come vittime nascondendo le nostre scelte e presentandoci come se fossimo dei giovani alla deriva. Uno sforzo lanciato dagli arrangiatori della propaganda dello stato e proseguito dagli ambienti riformisti dei componenti della sinistra, come il cosiddetto “Movimento Anti-autoritario” (Alpha Kappa / AK) e la “Cooperazione della Sinistra Anti-capitalista per il Rovesciamento” (Antarsya). Così, da un lato, tutti i media del regime stavano affilando la strategia verso la de-politicizzazione dell’azione anarchica, convertendo le nostre scelte in storie di singhiozzi per i tabloid, e dall’altra parte i riformisti di Alpha Kappa e di Antarsya, senza nemmeno dire una parola sulle pratiche aggressive di lotta, stavano piagnucolando le loro storie tristi su di noi, contribuendo alla nostra de-politicizzazione. Per me, il solo fatto che quattro anarchici armati siano stati arrestati senza prima combattere è una sconfitta che non lascia spazio ad una ulteriore vittimizzazione. Nel corso degli anni, vi è stata una ricca esperienza storica, una tradizione di guerriglia in cui i rivoluzionari hanno combattuto fino alla fine; una prospettiva che promuove una vera e propria scelta di conflitto con il Potere; una opzione che è riuscita a plasmare importanti eredità storiche di lotta rivoluzionaria. Ovviamente, la responsabilità di questo fatto è solo nostra, dei quattro arrestati. I motivi che ci hanno spinto ad agire in questo modo sono state spiegate nel testo che abbiamo pubblicato sul nostro caso. Pertanto, per quanto riguarda le torture durante la detenzione, è ovviamente importante analizzare le intenzioni strategiche del potere contro di noi. Tuttavia, quando tale analisi tende a sovrastare le scelte di lotta che ci hanno portato in carcere, si limita a riprodurre una percezione di frenesia terroristica senza alcuna prospettiva rivoluzionaria. Per me, una risposta adeguata alle torture e agli omicidi dei compagni (senza voler eguagliare il diverso significato di ognuna) è la rappresaglia contro i nemici della libertà; una ritorsione che sia allo stesso tempo collegata con l’azione anarchica multiforme, creando focolai permanenti di resistenza.Ora cercherò di trasmettere la mia esperienza vissuta in modo tale che possa essere compresa da tutti. Il dolore psichico della sottomissione e della resa senza spargimento di sangue non può essere rapportata con le botte dei poliziotti. Il pestaggio ti mette in collera, mentre l’altro dolore ti tormenta.In conclusione, vorrei salutare tutti i compagni che ci hanno attivamente supportato mediante la distribuzione di testi, i presidi con gli impianti audio, le affissioni, organizzando manifestazioni, e mandando obiettivi in fiamme per riscaldare i nostri cuori.Infine, vorrei inviare la mia solidarietà incondizionata allo scioperante della fame Spyros Dravilas (prigioniero in lotta nel carcere di Domokos) e farvi sapere che 37 individui dalla prigione di Avlona hanno dichiarato il loro sostegno con la sua lotta per un soffio di libertà.”

Nikos Romanos – 17 febbraio 2013

(contrainfo)

Testo dei 4 anarchici greci arrestati riguardo alla doppia rapina di Kozani.

I nostri giorni passano, le nostre notti no

Corriamo verso la nostra uscita, mentre attorno a noi si sta giocando una caccia all’uomo a tutta velocità. Dietro di noi rimane una vita che è predeterminata, scolpita dalle mani della sovranità, con lo scopo di farci interiorizzare la sottomissione come condizione oggettiva, di legittimare moralmente sistemi di leggi e regole, di uniformare l’individuo a una logica statica di numeri. Di fronte a noi, il mondo delle nostre fantasie “utopiche” che può essere conquistato solo con la violenza. Una vita, una possibilità e scelte determinate.

Fissate il vuoto tra le nuvole e saltate, perchè la caduta non è mai stata una scelta più certa.

Venerdì 1 febbraio, insieme a un gruppo di compagn*, abbiamo condotto una doppia rapina, alla Banca Agricola e all’Ufficio Postale a Velventòs, Kozani. Secondo la nostra opinione è di qualche importanza analizzare, fino a un certo punto, la parte operativa della rapina. Questo innanzitutto per sottolineare tutti gli elementi del caso, le scelte che abbiamo fatto, gli errori che abbiamo commesso e le ragioni che ci hanno portato a questi.

Quindi, quel venerdì mattina, abbiamo attaccato i due obiettivi divisi in due squadre. Il nostro scopo fin dall’inizio era di prendere i soldi da entrambe le casseforti, ed in effetti è andata così. Durante la nostra fuga, una serie di eventi sfortunati e una mala gestione di questi hanno portato ad un’esposizione sia del nostro veicolo sia della nostra direzione alla polizia.

A causa della stretta che si era creata da parte della polizia, il compagno che guidava il furgone, che era stato esternamente trasformato per apparire come un’ambulanza, ha cercato vie d’uscita per la squadra che aveva condotto le rapine. Nel suo tentativo, ha fatto l’errore di passare tre volte di fronte a un veicolo degli sbirri, che si sono quindi insospettiti. È nato un inseguimento che lo ha portato, a causa della sua non familiarità con la zona in cui è finito, a raggiungere quattro vicoli ciechi tra le strade fangose delle cave, ed è terminato con l’accerchiamento da parte della polizia – e con la chiusura di ogni possibilità reale di fuga. Dopo avere dato fuoco al furgone, è stato arrestato.

Seguendo questi sviluppi e mentre il nostro compagno con il veicolo per la fuga era già nelle mani degli sbirri, le nostre opzioni disponibili si erano estremamente ridotte.

Abbiamo quindi deciso di fermare il primo veicolo che passava, poiché questo garantiva una fuga più sicura per noi e i nostri compagni. La questione principale in questa condizione era che gli sbirri non venissero a sapere del nuovo veicolo di fuga dei nostri compagni – abbiamo quindi deciso di mantenere il guidatore nel veicolo con noi, fino a che non avessimo trovato un modo anche per noi di fuggire. È a questo punto circa che il nostro sentiero si è incrociato con quello di una macchina della polizia, che si è gradualmente trasformato in un inseguimento fino alla città di Veria, con la maggioranza delle forze di polizia disponibili nell’area alle nostre calcagna. Ovviamente non abbiamo pensato neanche per un momento di usare l’ostaggio come scudo umano (non avremmo avuto problemi, per esempio, se si fosse trattato del manager di una banca) – dopo tutto, la polizia non sapeva della sua esistenza. Alla fine, lui ha agito da scudo umano per gli sbirri, senza che loro lo sapessero – perchè la sua presenza è stata una delle ragioni per cui non abbiamo usato le nostre armi per fuggire. Poichè la nostra consapevolezza e il nostro codice morale non ci permettono di rischiare la vita di una persona a caso che si è trovata con noi contro il suo volere.

A questo punto vorremmo rendere chiaro che non avevamo delle armi solo allo scopo di spaventare, ma per usarle nella remota possibilità di uno scontro tra noi e gli sbirri. Quindi, la ragione per cui non abbiamo agito nella maniera corrispondente, allo scopo di fuggire, è stata la condizione in cui ci siamo trovati a causa di una serie di errori.

La sola opzione per una fuga a quel punto era la velocità – e il nostro tentativo di guadagnare terreno con il nostro veicolo dagli sbirri che ci stavano inseguendo. Ovviamente, la città di Veria non si offre per qualcosa di questo tipo, e presto infatti ci siamo trovati intrappolati in una stradina, con il risultato del nostro arresto. Durante il nostro arresto, la sola cosa che abbiamo dichiarato è stata che la persona che avevamo con noi non aveva niente a che fare né con la rapina, né con noi. Nonostante questo, gli sbirri hanno continuato a picchiarlo, almeno finchè abbiamo avuto contatto visuale con lui.

Questa narrazione non è fatta per vantarci o auto-promuoverci, ma allo scopo di invertire il lascito degli arresti senza una lotta che le condizioni non ci hanno permesso.

* * * * *

La narrazione finisce alla stazione di polizia di Veria, dove ha avuto luogo una tortura lunga alcune ore nei confronti di tre di noi da parte dei bastardi della polizia. Le tattiche sono ben note e risapute: cappuccio, legatura con le manette dietro la schiena, e pestaggio. Consideriamo un dato il fatto che ci sia una chiara linea di separazione tra noi e il sistema, che segna la guerra tra due mondi. Il mondo della sovranità, della repressione e della sottomissione e il mondo della libertà, che noi creiamo e manteniamo vivo attraverso la nostra lotta mai soddisfatta contro l’autorità.

In questa guerra, gli sbirri includono una mira permanente alle guerriglie anarchiche come prima linea e ramo repressivo dei meccanismi di sovranità. Per questa ragione, abbiamo considerato l’atteggiamento degli sbirri contro di noi come scontato. Se lo Stato non ci combattesse, allora avremmo serie ragioni per essere preoccupati. La tortura, come metodo, è stata, è e sarà sempre un’arma nell’arsenale di ogni autorità costituita. Noi, ovviamente, come anarchici, rifiutiamo di usare metodi di tortura contro i nostri nemici e promuoviamo la pratica dignitosa delle “esecuzioni” politiche, poiché non vogliamo riprodurre il marciume del loro mondo, ma eliminarlo.

L’opinione che vede le persone in lotta come prede nelle mani dei meccanismi della repressione interiorizza l’idea della sconfitta nei circuiti sovversivi. È l’accettazione dell’idea di ridurre la lotta contro i nemici della libertà, per farsi accettare dalla morale sociale borghese e dalla legalità.

Per essere chiari, gli spunti qui sopra riguardano dichiarazioni come quelle fatte da ANTARSYA o da A.K. [Movimento Anti-Autoritario], che contribuiscono più al riformismo che alla radicalizzazione. Non è neanche necessario fare riferimento ai giornalisti, SYRIZA e altre parti del sistema che ci si rivolgono con dichiarazioni “amichevoli” nel tentativo di riavvicinare quelle coscienze che hanno cominciato a distaccarsi dalla norma, servendo, in questo modo, la stabilizzazione del regime.

Ora, riguardo a come affrontare le pratiche di tortura, la nostra risposta sta nell’azione polimorfica. L’evidenziare particolari eventi attraverso azioni di controinformazione come comunicati, poster, assemblee, manifestazioni, ecc. è decisamente necessario, in modo che un numero sempre crescente di persone raggiungano una conclusione. Una conclusione che non lascia spazio ad “incidenti isolati” o “comportamenti revanscisti” ma che porti alla comprensione che la violenza fisica è sempre stato un mezzo di repressione e controllo da parte della società. Comprende parte della guerra tra la sovranità e la rivolta.

Ovviamente, questo messaggio deve diffondersi egualmente con un messaggio di terrore per quei naturali torturatori, gli sbirri. Per fare in modo che gli sbirri non ci pestino, le denunce intra-sistemiche e le procedure legali non hanno senso – anzi implicano anche concessioni ed un’accettazione informale dell’autorità giuridica o giornalistica. Ci vuole resistenza – e la resistenza deve avere anche una forma violenta. Perchè un attacco contro gli sbirri – non solo quelli di Veria – che sia con le pietre,

o con le molotov, o con le armi da fuoco, li porta indubbiamente a una riconsiderazione delle loro scelte, a contarsi le ferite prima di mettere le mani addosso a qualcuno un’altra volta. Perchè come è stato giustamente fatto notare, i nostri nemici hanno nomi e indirizzi.

* * * * *

Non dobbiamo riferire in dettaglio il ruolo delle banche – in ogni caso, nel momento in cui viviamo questo è ben noto a tutti. La loro esistenza è una rapina continua. Per noi, come anarchici, costituiscono un obiettivo per attacchi di ogni tipo: incendiari, esplosivi, rapine. Ovviamente, c’è stata molta discussione riguardo al nostro caso e c’è indubbiamente bisogno da parte nostra di invertire quelle impressioni. Di colpire contro il continuo tentativo di designificazione della nostra scelta, e di evidenziare il marciume dell’approccio sociologico e del background pseudo-umanitario che hanno cercato di affibbiarci a causa della nostra età.

“Ragazzi della porta accanto attaccano una banca. Perchè?”

Perchè la rapina è un cosciente atto politico. Non è il livello successivo di un periodo adolescenziale irrequieto, l’aspirazione al benessere personale, e nemmeno ovviamente è il risultato di una presunta pigrizia. Ma include il desiderio di non legare le nostre vite al brutale sfruttamento del lavoro salariato. Il nostro rifiuto di diventare ingranaggio per interessi finanziari. La nostra resistenza contro il portare avanti la bancarotta mentale e di valori del loro mondo.

È chiaro per noi che non neghiamo la creatività all’interno delle nostre comunità. Dopo tutto, mettere insieme una rapina richiede lavoro mentale e fisico. Eppure rifiutiamo di schiavizzare la nostra creatività al mondo della produzione e alla riproduzione del lavoro. Ovviamente, per noi la negazione del lavoro salariato avrebbe poco significato se non agissimo allo stesso tempo verso la sua distruzione. Siamo anarchici senza rimorsi e non cerchiamo simpatia, compassione o comprensione perchè abbiamo agito in maniera “sbagliata” in un mondo “sbagliato”. Cerchiamo di diffondere i nostri valori e le nostre pratiche e combatteremo per questo fino alla nostra ultima parola, fino al nostro ultimo proiettile.

* * * * *

Ogni nostro atto aggressivo è anche un momento della guerra totale rivoluzionaria che si gioca a tutti i livelli. I soldi di questa rapina non erano destinati al paradiso artificiale consumista. Sono semplicemente uno strumento per muovere tutte le forme di lotta. Dalla stampa di comunicati all’acquisto di armi ed esplosivi, per il finanziamento di strutture illegali di difesa e attacco, dall’affitto delle nostre case illegali al rifornimento di esplosivi per far saltare la loro pace sociale.

Il nostro obiettivo è la diffusione dell’azione diretta anarchica contro la condizione generalizzata di schiavitù che viviamo. Che sia in una formazione di guerriglia, o apertamente, faccia a faccia, con ogni modo ognuno di noi preferisca essere più fertile ed efficace, in ogni modalità preferita da ogni individuo o gruppo che contribuisce alla lotta. Sempre, lo scopo di ogni nostra mossa, di ogni attacco di guerriglia, è la diffusione della coscienza rivoluzionaria. Allo scopo di restare in piedi coscientemente contro il mondo della schiavitù universale, contro un nemico sempre in trasformazione che spazzi via ogni cosa sul suo cammino. Contro questa condizione, la lotta per la libertà e il tentativo di infondere elementi combattivi ad ogni aspetto della lotta anarchica è fertile e necessario.

Perchè l’anarchia non può mai diventare un’idea piacevole in un mondo di sottomissione universale; piuttosto, si trova in perenne contrasto con esso. Non può limitarsi né ad espressioni inoffensive e democraticamente accettabili, né al feticismo dei mezzi – ma comprende, piuttosto, una totalità indivisa di tutte le forme di lotta. Ogni individuo o gruppo, secondo i propri desideri, intenzioni e ragionamenti, contribuisce con ogni mezzo possibile alla continuazione della lotta. L’anarchia è il nostro modo di organizzarci, di vivere e di lottare. E’ l’organizzazione senza alcuna restrizione, è la lotta incessante. E’ lo spirito di gruppo estremo che viviamo nelle comunità in rivolta, contro il marcio tessuto sociale.

Chiudendo, vorremmo salutare tutti i compagni che hanno agito. Attaccando poster, urlando slogan, organizzando assemblee, facendo uscire comunicati di solidarietà (da dentro e fuori le prigioni). A quelli che, in questo momento, preparano i loro attacchi.

PS 1: Vogliamo anche mandare la nostra solidarietà a Spyros Dravilas in sciopero della fame, che porta avanti una lotta dolorosa e difficile per un respiro di libertà. Molta forza.

PS 2: Poco tempo fa, il compagno Ryodall’Indonesia è stato ucciso in uno scontro casuale. Ryo era un anarchico che promuoveva la solidarietà internazionale attraverso la sua azione. Ora, anche se è assente dalle ostilità che procuriamo contro l’esistente, siamo convinti di guardare sempre verso la stessa stella, la stella della continua rivolta anarchica. Onore al compagno Ryo.

Gli anarchici:

Nikos Romanos

Dimitris Politis

Andreas-Dimitris Mpourzoukos

Yannis Michailidis

25 febbraio 2013 (contrainfo)

Grecia: Testo dell’anarchico Nikos Romanos sulle accuse riguardo la sua partecipazione alla CCF

Nemmeno un passo indietro, 9mm nella testa dei sbirri.

Tra un po’ di tempo sarò chiamato dal moderno inquisitore Mokkas per “scusarmi” (testimoniare) riguardo alla mia partecipazione nell’Organizzazione Rivoluzionaria Cospirazione delle Cellule di Fuoco.

La ragione per cui chiarisco la mia posizione è per affermare le mie scelte e attitudini di lotta di fronte ai miei compagni. Le responsabilità penali di un’imputazione mi lasciano indifferente. Non dalla posizione di un martire ma come una scelta anarchica di scontro con le leggi e la mafia giuridica.

Non riconosco le loro procedure, e nemmeno il diritto di essere giudici da parte di subumani come Mokkas, che per me non ha neanche il diritto di vivere. Per quanto posso intendo insultare le loro procedure ed evidenziare, adesso come ostaggio, il conflitto rivoluzionario che ha luogo ogni giorno con l’autorità. L’attitudine intransigente verso i giudici è un altro momento della battaglia in questa condizione di guerra in cui viviamo.

Affermo quindi che non sono mai stato un membro dell’O.R. CCF e che sono anche in disaccordo con alcune posizioni dell’organizzazione. Questo fatto non è stato comunque una ragione seria abbastanza per me per non essere in connessione con i compagni della CCF. Una connessione che mi ha portato a condividere con loro pensieri comuni, preoccupazioni, esperienze, conoscenze. A condividere esperienze per l’attacco al dominio e ai suoi alleati. Ho impresso e continuo a imprimere una direzione sui territori in cui la lotta anarchica rimane forte ed espande la sua forza insurrezionale. In questa direzione contraddittoria ma piacevole, la mia scelta di partecipare a strutture rivoluzionarie (e ovviamente non gli errori tecnici che ho commesso) non costituisce prova di “colpevolezza” ma un onore, per me.

La strategia oppressiva nega l’autonomia dei gruppi anarchici di azione diretta e basandosi su un modello centralizzato usa la CCF per “scusare” le pratiche aggressive della più ampia tendenza insurrezionale.

Una condizione simile è stata sperimentata anche dai combattenti in Italia con i processi del p.m. Marini. La caccia alle streghe scatenata da Marini ha portato alla condanna di anarchici, a sentenze schiaccianti e a pesanti misure restrittive. Un esempio in più che prova che i termini del “dialogo” non dovrebbero essere legali ma armati.

La nostra attitudine cerca di promuovere una percezione che è indifferente alle questioni legaliste (per quanto possibile, ovviamente) e prende di mira le radici della riproduzione di tutti questi metodi, il nostro nemico comune.

Le pratiche insurrezionaliste dovrebbero essere arricchite e il livello di violenza dovrebbe moltiplicarsi.

Sono solidale con i membri imprigionati della CCF e alzo il mio pugno a loro dalle prigioni di cui ora sono ostaggio. Forza compagni. Saluti a tutti i gruppi di guerriglia, alle cellule della FAI/FRI e alle individualità in rivolta di tutto il mondo.

LUNGA VITA ALL’AZIONE DIRETTA,

LUNGA VITA ALL’ANARCHIA

P.S.1: Quando sei inquieto, prendi un lungo respiro e guarda in alto. Nella stella che vedrai sono nascoste le nostre speranze e dietro di esse i nostri sorrisi. Per adesso continua, ama, attacca, combatti. In ogni caso, tu lo sai. Le persone che sperano muoiono con le mani in mano, e così è come dovrebbe essere. Nel mezzo non c’è nulla, questa è l’unica cosa certa. Fino ad allora usa come bussola della vita la tua esperienza. Argiris e Fivos*, forza e buona fortuna.

P.S. 2: La sola buona notizia di questi giorni è il corso positivo della salute del compagno P. Argirou. I miei pensieri sono con te compagno.

Nikos Romanos

Carcere di Avlona, Grecia

*Due persone attualmente in fuga, dopo che la polizia greca ha emesso mandati di cattura contro di loro.

26 febbraio 2013 (contrainfo)

Lettera di Andreas-Dimitris Bourzoukos

“Mancava ancora molta luce perchè albeggiasse

Ma io non ho accettato la sconfitta”

Mezzogiorno e 25 minuti. L’ultima volta che ho guardato l’orologio. Dietro di noi un’auto pattuglia, dentro nel furgone i miei due compagni, l’“ostaggio” e io. Solo alcune ore prima le nostre emozioni erano totalmente differenti. Per un istante, all’apparenza, tutto andava perfettamente, fino a che hanno arrestato il nostro compagno nell’“ambulanza”. Quindi, di colpo la situazione ci ha abbattuto, ma nonostante tutto questo abbiamo mantenuto la mente lucida, per quanto fosse possibile, e in questo modo siamo riusciti ad assicurare la fuga dei nostri compagni.

Tornando alla nostra immagine iniziale: noi tre insieme con l’ “ostaggio” nel furgone e un incontro “accidentale” (non è stato per niente accidentale, poiché l’allarme era scattato in tutti i villaggi dei dintorni) con un’auto pattuglia. Gli ultimi minuti della nostra libertà già avevano iniziato il conto alla rovescia. Quello che ci siamo detti nel furgone in questi minuti è poco rilevante per la nostra storia, quello che conta è la nostra decisione finale. Non avremmo aperto il fuoco, non avremmo messo a rischio la vita del medico. Era l’unica scelta che avevamo in quel momento. In ogni caso, l’unica arma che avevamo in quelle condizioni era la nostra passione per la libertà. E l’abbiamo spremuta finchè abbiamo potuto. Dopo un inseguimento per le strade di Veria, quasi come fossimo in un film, alla fine siamo rimasti intrappolati da parte di una pattuglia che casualmente passava di lì, in una strada senza uscita. Non so che senso abbia raccontare un’altra volta il resto di questa storia. L’unica cosa che sento di voler mettere in chiaro, poiché questa cosa ha preso dimensioni enormi, è la parte delle torture. So che in gran parte della società l’immagine di una persona che ha ricevuto un pestaggio può generare paura, compassione o dubbi. Ma non in noi, compagni. Quello che posso dire, inoltre, è che lo Stato ha intenzionalmente permesso che si pubblicassero le nostre foto, e questo con l’obiettivo di terrorizzare coloro che pensano di agire come abbiamo fatto noi. Forse è stato anche un “errore” fatto di fretta, a causa dell’automatismo che caratterizza qualunque operazione dell’Unità Antiterrorista. Sia come sia, al momento non mi interessa concentrarmi su questo. Mi piacerebbe esprimere una breve opinione personale su queste ore di pestaggi.

Nè al principio né in qualunque momento mi sono sentito una vittima, e ovviamente non voglio che altri mi vedano così. Durante quelle quattro ore di continui pestaggi, naturalmente una delle cose che pensavo erano i possibili scenari su quale “finale” avessero in mente quelle merde codarde e spacconi. Non la paura né il dolore, solo la rabbia. Nonostante quanto faccia male la verità, prendi quello che “vuoi” per i capelli e lo metti in ginocchio. Per tutto il tempo in cui continuava il pestaggio e non si fermava, mi si confermavano tutti questi anni durante i quali avevo scelto di scontrarmi con questo sistema marcio. Tutte le mie scelte, tutti i miei pensieri si sono fatti carne e ossa. Può darsi che alla fine sia bastato anche solo un minuto con le mani legate. Forse alla fine questi momenti di tortura sono il sigillo che conferma il marciume di questo sistema.

Ma parliamo ora del denaro. Denaro che fluisce abbondantemente (anche nei tempi di crisi in cui viviamo) nelle succursali bancarie, negli uffici di proprietà pubblica, e in tutti i tipi di investimenti del gran capitale (come Cosco). Il sangue del capitalismo.

Il mio rifiuto di situarmi come un ingranaggio ben oliato in più in questo sistema è una delle tante ragioni per cui ho scelto la rapina (personalmente la definisco come “esproprio”) in banca. Con questo voglio dire che non ho mai avuto voglia di essere un altro “pedone” in più su questa terra, uno che ha un lavoro “normale”, una vita “normale”. Non ci ho messo molto a rendermi conto che il lavoro aveva come unico obiettivo la strumentalizzazione dell’essere umano con il fine del beneficio del “Capitale” di turno. Un accumulo permanente del capitale per sempre meno persone. Qualcosa che non ha tardato a mostrare i suoi effetti secondari. Più o meno a questo punto anch’io mi sono posto i miei interrogativi.

Erano casi isolati le frodi e la corruzione che hanno portato il sistema alla crisi, o piuttosto la crisi stessa costituisce un progetto già previsto per ottenere benefici ancora più grandi? C’è stata una “caduta” del sistema bancario a causa della “bolla” dei prestiti o si trattava di un trucco capitalista per un nuovo accumulo, una capitalizzazione di dimensioni ancora più grandi? Sicuramente abbiamo a che vedere con una crisi senza precedenti per le realtà capitaliste e sicuramente questa è stata preceduta dalla “caduta” del sistema bancario. Ma stiamo parlando di due facce della stessa moneta falsa.

Il capitalismo non potrebbe esistere senza il sistema bancario. Senza quest’ultimo, non sarebbe esistito uno dei più fondamentali mezzi di accumulazione del capitale. Non sarebbe esistito il capitalismo. Così come nel caso di una eventuale caduta del sistema bancario è stato chiamato lo Stato a riempire le casse delle banche, poco dopo di fronte alla imminente caduta del meccanismo statale sono state chiamate le banche per rafforzare gli investimenti ed aprire così il cammino ad una nuova capitalizzazione delle banche. Un circolo vizioso che come unico obiettivo ha non permettere che il capitalismo moribondo muoia.

Guardando a questa breve storia che ha la Grecia nell’Unione Europea, alla sua caduta economica, la posso interpretare solo come qualcosa che è stato programmato dall’inizio. Sia la caduta della Grecia che quella degli altri paesi europei in cui è arrivata la crisi. Entrando nella zona dell’euro con la “logistica creativa” (come è stata chiamata la logistica greca), il primo ministro Simitis nel momento di presentare l’economia della Grecia come abbastanza forte e in continuo sviluppo, paragonabile a quella degli altri stati dell’U.E., parlò di epoca meravigliosa. E in quel periodo tutti i piccoli borghesi potevano sperare nell’arrivo del paradiso capitalista. Fino a che è cominciata ad apparire la “bolla” del capitalismo come sistema, con la crisi del 2008 e l’inizio del collasso.

Quello che è seguito è stata di nuovo la “logistica creativa”, questa volta introdotta da Giorgos Papandreu, con il fine di fare “entrare” la Grecia nel meccanismo di appoggio economico (FMI-BCE). Fino ad arrivare a dove siamo oggi, nella svendita definitiva della vita della gente e di fatto l’eliminazione della dignità umana. Qualcosa che ovviamente va accompagnato da investimenti a basso costo e opportunità di saccheggiare la natura, come si cerca di fare oggi in diversi luoghi.

Le esperienze vissute e l’insopportabile pressione che riceve la società bastano a dimostrare in tutta la sua chiarezza la faccia sporca del capitalismo. Riconosco la mia azione come un esproprio. Per me, i veri ladri amministrano gli organi esecutivi delle banche e dell’apparato statale.

L’assistente naturale della crisi sistemica è la repressione. Sia azzeccata che generalizzata, una repressione che ha come obiettivo di terrorizzare e debilitare la società intera. La sua punta di lancia e il suo obiettivo quasi fisso costituisce l’ambito anarchico-sovversivo ampio. Un ambito che, funzionando molte volte come detonatore o catalizzatore, accende insurrezioni e tensioni incorporando la furia e la rabbia che sta crescendo sempre più in diversi settori sociali.Il paradosso della politica repressiva dello Stato consiste in come colpisce anche altri settori sociali che resistono, descrivendoli con eccessiva facilità come “illegali e terroristi, che vogliono solo la distruzione”. Un esempio caratteristico è stata la reazione spasmodica dello Stato agli eventi di Skouries. L’impressionante incendio totale degli strumenti delle miniere d’oro è stato qualificato molto rapidamente come “attacco terrorista”. Si tratta di un avvenimento con cui sono d’accordo, e sono al fianco delle persone che lo hanno realizzato. L’unico dialogo che si può avere con una multinazionale che ha come obiettivo distruggere e saccheggiare la natura per il proprio beneficio è l’attacco puro e duro.

Riconosco il coraggio delle persone che sono passate all’azione diretta prendendo le loro vite nelle loro mani. Hanno causato una ferita mortale sia all’impresa “El Dorado” sia allo Stato. Questa è anche la ragione per cui il giorno dopo l’intero villaggio di Skouries è stato letteralmente inondato dalle forze repressive che hanno realizzato perquisizioni nelle case degli abitanti del villaggio, un metodo che ricorda un po’ la guerra civile e mostra il totalitarismo dello Stato che ha convertito tutto il villaggio in zona di guerra. Ovviamente non è mancato il discorso del “coinvolgimento degli anarchici-terroristi” in questo attacco. Dal primo momento i mezzi di comunicazione di massa si sono affrettati a localizzare i “terroristi che sono stati gli istruttori dell’attacco”.

É ben conosciuta e stabile la tattica dei media: segnalare, terrorizzare e calunniare. Naturalmente sempre seguendo fedelmente le direttive del messaggero di turno, che sia la Sicurezza dello Stato, l’Unità Antiterrorista, o direttamente la linea del governo. Autentici “lavoratori” dell’oppressione e della sottomissione, stanno scavando le fosse – abbastanza profonde perchè tutti ci cadano dentro – perchè il braccio repressivo possa continuare con la sua opera e poi la mafia giudiziaria potrà seppellire tutto quanto resiste.

Più o meno così comincia anche il delirio (di una propaganda in stile Goebbels) dei mezzi di comunicazione di massa immediatamente dopo il nostro arresto. Una notizia perfetta per i notiziari del terrore e gli sceneggiatori della fiction antiterrorista. Non posso mancare di riconoscere questa così chiara linea politica seguita dai mezzi di comunicazione, che con pomposità e un indispensabile sensazionalismo parlavano della nostra “indubitabile partecipazione in altre azioni oltre alla rapina”. Con una tattica corrispondente a quella che è stata utilizzata in Italia alla metà degli anni ’90 per colpire l’ambito anarchico (caso ORAI), lo Stato greco tenta di reprimere qualunque fonte di resistenza.

Era facile prevedere quello che sarebbe seguito nei giorni successivi al mio arresto. In qualunque momento qualche p.m. speciale incaricato dei temi del “terrorismo” mi avrebbe citato (può essere che si chiami Mokkas?), sulla base di prove nulle e senza dietro alcun ragionamento – a parte le congetture dell’Antiterrorismo -, per nominarmi membro di qualche organizzazione. Ovviamente, la conferma di questa previsione non è tardata ad arrivare.

Alla fine sono stato citato dal pm speciale-giudice investigatore (che si chiama infatti Mokkas), che mi ha incluso nell’organizzazione rivoluzionaria Cospirazione delle Cellule di Fuoco.

Naturalmente, riconosco l’azione della CCF e dei suoi membri come rivoluzionaria, ma questo non mi impedisce di dire che non ho niente a che vedere con questa organizzazione. Non sono mai stato suo membro e ci separano differenze essenziali, sia a livello di progettualità come nella più generale percezione dell’insieme sociale. Per lo Stato, il fatto di integrarmi nella CCF è una maniera molto semplice di ampliare le accuse penali e quindi gli anni di carcere. Ma nella mia opinione si tratta di mettere apertamente “tutti nello stesso sacco”, di un raggruppamento flagrante che automaticamente sopprime qualunque base politica che possa tenere qualcuno che lotta.

“Il prezzo dell’autodeterminazione non è mai basso, e in certi casi è incredibilmente caro”. Il cammino verso la rivoluzione e l’anarchia sicuramente non potrebbe essere coperto di petali di rosa, ma nemmeno potrebbe essere l’unico cammino, indipendente dalla situazione che c’è al momento. I nostri mezzi sono ben conosciuti e debbono evolversi continuamente, mentre la gamma di scelte che abbiamo nel nostro arsenale è abbastanza grande. Ritengo che qualunque rivoluzionario debba avere la perspicacia e la sobrietà necessaria per scegliere le “armi” più adeguate nelle rispettive condizioni. Il cammino della resistenza ha molti aspetti e sicuramente si ha bisogno di una lotta multiforme. Che sia un manifesto che chiama ad uno sciopero, l’occupazione di un qualche edificio statale, un incendio di una banca, un attacco con bombe contro qualche meccanismo dello Stato o inclusa l’espropriazione del denaro che appartiene allo Stato, l’obiettivo è sempre lo stesso. Da una parte ferire le strutture e le funzioni del capitalismo e dall’altra diffondere i mezzi, le pratiche e le concezioni di lotta per l’anarchia, per la libertà.

Mi trovo in questa società molto varia al suo interno, combattendo sempre per me stesso, per i miei compagni, per la distruzione definitiva del sistema e per il crollo totale dell’esistente. Questo non significa che smetterò di esercitare la critica contro quelli che la meritano perchè con la loro tolleranza e indifferenza riproducono e mantengono un sistema marcio e oppressore.“Questa rivoluzione deve essere necessariamente violenta, anche se la violenza in sé è sbagliata. Sarebbe assurdo avere la speranza che i privilegiati riconoscano le sofferenze e le ingiustizie causate dai loro privilegi e che decidano di rinunciarvi volontariamente”. La violenza emerge dal nostro interno ed è l’unica risposta degna di fronte al degrado e alla miseria generate da questo sistema.

La radicalizzazione della società è un fatto evidente ai nostri tempi. La domanda storicamente importante che si presenta è: verso dove va questa polarizzazione? Un esempio tangibile di questa tensione sono le percentuali crescenti di voti guadagnati da Alba Dorata alle elezioni, e i fenomeni abbastanza comuni di attacchi razzisti al centro di Atene. Chiaro, questa è una posizione superficiale agli “estremi”, poiché manca di coscienza. Con il profilo di un presunto “partito antisistema”, Alba Dorata è riuscita a recuperare gran parte della rabbia di un settore sociale.

Naturalmente non sono un sostenitore della “teoria degli estremi”, né considero Alba Dorata come anti-sistema. Per me è totalmente chiaro che essi formano parte del sistema e allo stesso tempo sono una sua arma. Questa è anche la ragione per cui quel fenomeno non dovrebbe attrarre meno attenzioni di quanto merita.

Ci organizzeremo per proporre una lotta multiforme e duratura. Per distruggere il lavoro dalle sue stesse fondamenta come relazione oppressiva e questo attraverso l’espropriazione cosciente della ricchezza capitalista con l’obiettivo di acutizzare e appoggiare la lotta. Continuando il cammino dell’azione diretta passeremo all’attacco su tutti i fronti contro il sistema capitalista. Con comunicazione costante e un’agitazione permanente nell’ambito anarchico-sovversivo, ma anche in più ampi settori sociali, possiamo diffondere le relazioni anarchiche di auto-organizzazione e autogestione delle nostre vite. Con la nostra continua presenza nelle strade e nelle lotte selvagge di strada, si formano le coscienze, prende forma l’animo combattivo e si diffonde la violenza della lotta. No, le molotov e le barricate non sono un passaggio necessario per “salire di livello” e poi dedicarsi alle bombole di gas, alle bombe e alla lotta armata. Costituiscono una parte inseparabile della stessa lotta. Una completa l’altra. Quanto si ha bisogno della lotta di strada tanto si ha bisogno dei sabotaggi notturni realizzati con ogni mezzo e diretti contro le strutture della macchina dello Stato. La lotta armata è una delle espressioni del combattimento, un’espressione indispensabile che deve appoggiare le lotte più ampie del movimento ed essere appoggiata da queste. Qualunque sabotaggio che sia separato dalle lotte del movimento e dalle rivendicazioni più ampie ha parecchie possibilità di passare alla storia a caratteri minuscoli, come un semplice avvenimento e alla fine venire cancellato.

Pertanto, lasciamo una “impronta” indelebile nella storia. Il picco dei tempi è arrivato, rendiamo fattibile la rivoluzione con il crollo della plutocrazia, per l’anarchia.

Andreas-Dimitris Bourzoukos

Koridallos, Braccio A

Marzo 2013

Cinque anarchici arrestati a Nea Filadelfia (Atene)

Martedì 30 aprile, intorno alle 16.00, gli anarchici Yannis Naxakise Grigoris Sarafoudis vengono arrestati su via Dekeleias nel quartiere di Nea Filadelfia ad Atene, mentre escono da una caffetteria.

Nello stesso momento, un imponente contingente di polizia fa irruzione nel bar e cattura gli anarchici latitanti Argyris Ntalios– che cerca di sfuggire alla presa – e Fivos Harisis-Poulos. Entrambi i compagni avevano su di loro un mandato di cattura da metà febbraio 2013, da dopo la doppia rapina di Velventos-Kozani e l’arresto degli anarchici Andreas-Dimitris Bourzoukos, Dimitris Politis, Nikos Romanos e Yannis Michailidis.

Anche l’anarchico Dimitris Hadjivasiliadis viene arrestato all’interno dello stesso bar a Nea Filadelfia. Tutti e cinque vengono trasferiti nella sezione delle forze antiterrorismo all’infame 12° piano del quartier generale della polizia di Atene. I due compagni che sono stati presi per strada, così come i due che erano ricercati dalle autorità, si scontrano con la violenza e i pestaggi da parte dei servi dello Stato all’interno dell’ufficio dell’antiterrorismo. Il quinto compagno viene costretto a rimanere in piedi per dodici ore consecutive, ammanettato strettamente con le mani dietro alla schiena, e anche quando viene portato in una cella (le celle bianche del 12° piano), rimane ammanettato per molte altre ore.

La stessa sera, le forze della sicurezza greca rilasciano un resoconto che accusa tutti gli arrestati di aver opposto resistenza all’arresto e di aver fornito falsa testimonianza – a causa del fatto che tutti gli anarchici si sono rifiutati di dare impronte digitali, foto e campioni di DNA, che sono alla fine stati presi con la forza. Inoltre, Naxakis, Sarafoudis e Hadjivasiliadis sono stati accusati di aver dato ospitalità a dei latitanti.

Mercoledì 1 maggio gli arrestati sono tutti trasferiti al tribunale di Evelpidon, dove li attendono gli avvoltoi dei media, che incontrano l’ostilità dei compagni. I compagni vengono portati di fronte al p.m. e al giudice per l’interrogatorio, senza che su di loro ci sia alcuna accusa formale e (per alcuni) senza aver potuto incontrare un avvocato difensore in anticipo rispetto all’udienza, fatto che forse è accaduto per la prima volta nella storia di casi simili. I giudici applicano la solita tattica per posticipare l’udienza preliminare di due giorni, incuranti del volere degli imputati. Ntalios, Harisis, Naxakis e Sarafoudis rifiutano di fare qualunque dichiarazione. Dall’altro lato, Hadjivasiliadis richiede di essere sentito immediatamente con la presenza di un avvocato difensore. La sua richiesta non viene accolta, quindi il compagno dichiara che è entrato in sciopero della fame e della sete dal momento del suo arresto, e che questo continuerà finchè sarà rinchiuso nelle celle bianche dei torturatori dell’antiterrorismo. Infine, dichiara di ritenere i giudici responsabili della sua carcerazione prolungata al 12° piano della centrale di polizia di Atene, dove i poliziotti stavano cercando solamente di “costruire” un piano accusatorio contro i tre anarchici per i quali non c’era nessun mandato di cattura, al fine di chiedere anche per loro la carcerazione preventiva.

Mercoledì sera, vengono rilasciati dei mandati di arresto preventivo contro i due ex-latitanti, e Fivos Harisis e Argyris Ntalios vengono trasferiti nel carcere di Koridallos.

Giovedì 2 maggio Ntalios, Harisis, Naxakis e Sarafoudis vengono accusati di passate rapine sulla base dei campioni di DNA che gli sono stati forzatamente prelevati. Inoltre, un giudice d’appello che gestisce casi simili rilascia dei mandati di arresto preventivo contro Yannis Naxakis e Grigoris Sarafoudis. Viene presentata un’imputazione per tuti i cinque arrestati di Nea Filadelfia, che include l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione criminale con il fine di commettere rapine”, in accordo  con la legge antiterrorista greca, senza presentare alcuna prova diretta di premeditazione o perfino intenzionalità, tranne alcuni succhi d’arancia condivisi sul tavolo di un bar…

Nel frattempo, giovedì, i poliziotti mettono in opera una guerra psicologica su Hadjivasiliadis per fargli smettere lo sciopero della fame e della sete. Gli portano bottiglie d’acqua dentro la cella, gli “offrono” continuamente cibo ed acqua, e lo minacciano di restare lì dentro per molti altri giorni. Hadjivasiliadis e il suo avvocato insistono sul suo diritto di ricevere una visita medica. Un medico arriva di notte, e dichiara che non c’è immediato pericolo di vita in quella fase ma che le sue condizioni possono deteriorare in ogni momento. Il dottore dice anche alle guardie di lasciare aperta la finestrella della sua cella per aiutare l’arrestato a respirare in maniera migliore.

Venerdì mattina, 3 maggio, i cinque anarchici vengono portati ancora una volta al tribunale di Evelpidon, dove sono radunati in solidarietà solo alcuni compagni e parenti. Quattro degli accusati insistono nel loro rifiuto di fare qualunque dichiarazione. Poi Ntalios e Harisis leggono un testo in solidarietà con Hadjivasiliadis in sciopero della fame e della sete, dichiarando che il compagno è trattenuto senza alcuna prova concreta di qualunque tipo contro di lui. I giudici, non avendo una base per concretizzare le accuse di organizzazione criminale contro gli arrestati, fissano una cauzione per il rilascio dei cinque compagni.

Tuttavia, solo Dimitris Hadjivasiliadis viene rilasciato, e quindi termina il suo sciopero della fame e della sete che è arrivato al terzo giorno. Argyris Ntalios e Fivos Harisis vengono riportati al carcere di Koridallos.

Nel frattempo, Yannis Naxakis e Grigoris Sarafoudis sono sempre trattenuti come sospetti per una rapina in banca, in attesa di un ulteriore processo nella città di Larissa. Secondo i media mainstream, questi due anarchici sono stati portati all’interrogatorio sabato 4 maggio. Gli viene detto che entreranno in carcerazione preventiva e vengono trasferiti al carcere di Koridallos.

Traduzione dall’opuscolo “A bank robbery, some anarchists and the choice to revolt”

Lettera di Fivos Harisis-Poulos e Argyris Ntalios

“A te che la notte vai a dormire disperato per quanto è vana la lotta, per la repressione che ci sta “rubando” i nostri compagni, le case occupate e che travolge al suo passaggio tutto quanto si trovi di fronte a sé. Vestiti, porta con te una decisione e lotta. Che la storia scriva di coloro che lottano fino alla fine, fino a che gli ultimi rivoluzionari si trasformino in polvere al passaggio della repressione tecnologica avanzata. Che la fottuta storia scriva delle grida di rabbia che gli Esseri Umani hanno lanciato prima di essere giustiziati. Sì, a te che la notte conti le stelle e il cui cuore batte più velocemente, più velocemente, sempre più velocemente aspettando pazientemente l’alba per continuare il proposito e la lotta… TUTTO PER TUTTO”

In quel mezzogiorno nella zona di Nea Filadelfia è arrivato alla fine un bel viaggio di libertà che abbiamo iniziato subito dopo che è stata proclamata ufficialmente la nostra clandestinità. Il tempo si è congelato, perfino i secondi sono stati messi sotto vigilanza e il cielo si è nascosto dietro i passamontagna dei nostri persecutori. Siamo caduti nelle loro mani e la sensazione amara della sconfitta che comporta una prigionia ci continuerà a perseguitare anche dietro le mura, così come i ricordi della nostra vita in libertà continueranno a rivivere nella nostra memoria. Il viaggio della nostra clandestinità, lotta e libertà non è comunque affatto cominciato a metà febbraio – quando sono stati emessi i mandati di cattura -, e nemmeno è terminato con le manette sulle auto private degli sbirri.

Quello che siamo arrivati a vivere in questi anni in cui abbiamo deciso di prendere una posizione di combattimento nella lotta anarchica, sono stati momenti importanti di scontri, violenza, agitazione e dibattito, di sforzi e di perdite. Ma soprattutto è il sorriso che lascia la sensazione di aver ottenuto qualcosa, quel sassolino che insieme ai nostri compagni abbiamo posto per costruire una vita vera e non schiavizzata.

Le molotov, le pietre e i gas lacrimogeni durante le manifestazioni, gli inseguimenti con gli sbirri per i viali del centro, le azioni violente, le discussioni tra compagni e amici condividendo le nostre inquietudini rispetto alla diffusione della Lotta. Tanti e tanti momenti, mezzi e forme di azione, con le quali ripercorriamo il tempo all’indietro per viverli di nuovo.

Non siamo noi che dobbiamo pentirci di qualcosa, ma piuttosto tutti coloro che osservano come la loro vita sia incatenata nello schermo del televisore, quelli che continuano a essere apatici guardando le sanguinose ripercussioni della marcia dell’indifferenza. Tutti questi indifferenti che giorno dopo giorno continuano ad “assassinare” dai loro divani.

Per noi, le dichiarazioni di pentimento sono la vittoria del Potere. E in quanto a quelli che parlano di “gioventù deviata che si lascia trasportare”, dobbiamo ricordare loro che i deviati sono quelli che dormono con l’illusione della serenità e se la aggiustano con delle soluzioni a metà e poco pericolose, senza sforzarsi di rischiare nemmeno il minimo. Che la smettano di chiamarci “giovani deviati” e di cercare di depoliticizzare la nostra azione.

No. Non siamo noi che dobbiamo fare apologia rispetto alle accuse che ci vengono attribuite, ma piuttosto sono tutti i nemici della libertà, che si chiamino sbirri, giudici, p.m., o che siano politici, tecnocrati e dirigenti che dovrebbero difendersi per gli assassinii che rispettivamente commettono. Non abbiamo niente da dichiarare a parte il fatto che ci mettiamo orgogliosamente dalla parte dei Colpevoli della nostra Epoca, un ambiente che da sempre hanno creato tutti quelli che mettono in  discussione l’autorità. Persone in ogni angolo del mondo che, ognuno a modo suo, a seconda dell peculiarità sociali e politiche che ci sono in ogni luogo, guardano alle stelle nel firmamento preparandosi per le proprie sanguinose battaglie contro il Potere.

Dalla posizione in cui ci troviamo, guardando il cielo già da dietro il filo spinato, ci sono pochi mezzi che abbiamo a nostra disposizione. Nonostante questo, con carta e penna, con il nostro rifiuto di rispondere alle domande degli sbirri e dei giudici, con il nostro rifiuto di sottometterci all’umiliante perquisizione corporale nel carcere e non volendo nemmeno ingoiare facilmente quello sterile profilo di essere carcerario, con il nostro tentativo di creare la comunità di lotta dentro le mura del carcere insieme agli anarchici e ai prigionieri dignitosi, ci giocheremo tutto nella scommessa aperta della prospettiva rivoluzionaria.

Riguardo alla O.R. Cospirazione delle Cellule di Fuoco

Come si può vedere dal resto del nostro testo, ma anche dalla nostra posizione di fronte agli sbirri e ai giudici, non abbiamo voglia né intenzione di limitare il nostro discorso ad implorare condizioni legali, le quali sono di fatto prese da un altro mondo, un mondo che sta in conflitto con il nostro. Nonostante ciò, le accuse di appartenenza alla CCF, che ci stanno attribuendo, hanno per noi un carattere politico, pertanto è importante mettere in chiaro la nostra posizione. Dichiariamo che non siamo membri della O.R. CCF. Negli ultimi anni, i circuiti polizieschi-giudiziari attraverso la CCF cercano, da una parte, a livello legale, di aggiungere accuse alle persone “affiliandole” a questa organizzazione, e dall’altra parte a ridurre nella cornice di una sola organizzazione i percorsi politici che gli anarchici detenuti hanno fatto ognuno in maniera autonoma. Presentando come membro della CCF chi hanno la fortuna di arrestare, il Dominio cerca di presentare la lotta e più concretamente il suo lato violento-guerrigliero come monopolio di un solo gruppo, non riconoscendo l’autonomia di azione né la sua diffusione nel più ampio spettro sovversivo.

Evidenziando come di fatto il Dominio utilizza l’organizzazione CCF, in nessun caso vogliamo omettere l’enorme contributo di questa organizzazione anarchica-rivoluzionaria alla continuazione e all’arricchimento della lotta stessa (come per esempio la scommessa di internazionalizzare la lotta anarchica). E questo contributo lo riconosciamo indipendentemente dalla questione se abbiamo o no disaccordi con il loro discorso e azione.

La lotta anarchica non smette di essere un grande mosaico di idee, discorsi e concetti politici, come anche tutto un ventaglio di diverse e multiformi azioni offensive. In ogni caso, la nostra aspirazione è che tutte le cellule rivoluzionarie accettino e comprendano il concetto di COMUNITA’, di una comunità di lotta contro lo Stato e contro ogni relazione autoritaria esistente.

Il concetto di comunità non presuppone in nessun modo l’identificazione a livello di discorso e azione, ma piuttosto una progettualità che dovrebbe essere compresa e fatta propria non solo dagli anarchici-rivoluzionari ma anche da tutti quelli che sono oppressi dal Potere.

Lasciamo perdere tutte queste resistenze frammentate che accadono sia nel seno dell’ambiente anarchico che al di fuori di esso, e piuttosto versiamo il nostro sangue nelle trincee della resistenza collettiva di fronte all’espansione del Dominio.

Alcune riflessioni sulla condizione di clandestinità 

Quando sono stati emessi gli ordini di cattura e sono state pubblicate le nostre foto, abbiamo preso la decisione di sparire, poiché non eravamo disposti a regalare la nostra libertà a nessun carceriere e nemmeno a seppellire le nostre idee e azioni sotto gli espedienti e i documenti giuridici. Abbiamo concepito la condizione clandestina come un “equilibro sulla corda”. Come una condizione nella quale il pericolo è in agguato in ogni momento e ogni giorno, dallo spostarsi per le strade fino alle case clandestine e gli incontri con amici e compagni con il timore di essere seguiti dalla polizia. Una condizione che richiede attenzione costante e una progettazione attenta. Nel combattimento clandestino il più piccolo errore può costare molto caro, mentre il minimo calo di attenzione può essere utilizzato dal nemico. Si tratta di una condizione molto particolare in cui la vita quotidiana è strutturata sulla base di regole e misure di sicurezza.

La scommessa che ci siamo posti dal primo momento della nostra sparizione è stata la seguente: come rompere l’isolamento che la condizione di clandestinità cerca di imporci? E l’isolamento di cui parliamo ha due facce: una politica e un’altra esistenziale. Nella prima faccia di questa moneta, l’isolamento “significa” una inattività a livello di azione politica, vale a dire una semplice sopravvivenza. La verità è che sia i mezzi che le forme di azione sono ridotti. Apparire pubblicamente, che sia nelle assemblee e manifestazioni o in generale nelle strutture del movimento, risulta molto pericoloso. Nonostante questo sta a noi cercare – in maniera intelligente e a seconda del livello di rischio che ognuno è disposto ad assumersi – di non perdere il contatto con l’agitazione sociale e, per quanto sia possibile, di influenzarla con il nostro agire. Inoltre, la nostra posizione sulle azioni e possibilità di lotta è che non si dovrebbe seguire una determinata e dogmatica logica secondo la quale i mezzi devono seguire l’opposizione legale-illegale. Un combattente clandestino può sia coprirsi il volto e fare attacchi armati, come attaccare manifesti, la notte. E’ tempo che la nostra fantasia pensi alle maniere innovatrici dell’uso di TUTTI i mezzi, che sia da covi puliti o da case legali. L’altra faccia della moneta riflette l’isolamento a un livello personale, esistenziale. L’isolamento dalle nostre persone care e amici, familiari, ecc., ma anche il contatto con pochissima gente ogni giorno creano un certo “vuoto personale”. Questa situazione genera a sua volta una doppia sensazione. Da un lato senti che ti manca la gente vicina ma anche le diverse espressioni della lotta, dall’altro lato con questi pochissimi compagni con i quali ti continui a incontrare arrivi a creare dei legami fraterni difficili da descrivere in un “pezzo di carta”.

Allo stesso tempo, la condizione di clandestinità da parte sua offre a tutti coloro che lottano la possibilità di evolversi e innalzare il livello del conflitto armato con il regime. Un esempio caratteristico sono le strutture e i gruppi clandestini anarchici degli ultimi anni, che con la loro azione guerrigliera mettono in discussione direttamente il monopolio della violenza dello Stato e causano danni materiali e politici al Dominio e alla sua civilizzazione. L’importanza delle strutture guerrigliere è cruciale per lo sviluppo della nostra guerra contro il Potere, perchè funzionano come avanguardia della forza distruttiva dell’anarchia. Cruciale perchè mantengono viva la scommessa della insurrezione generale armata contro il regime e obbligano la democrazia ad abbandonare la sua presunta faccia pulita e a mostrare il suo vero essere. Allo stesso tempo creano le situazioni in cui si accelera la diffusione del discorso e della pratica anarchica nel più ampio corpo sociale. L’azione guerrigliera non costituisce un fine in sé stessa ma nemmeno è qualcosa di isolato dagli altri processi del movimento. Funziona e agisce in correlazione con questi, trasferendo la guerra a un livello militare.

“Per quelli che ci appoggiano e che noi appoggiamo”

Avanzando insieme sotto i due cieli…In qualche momento ti fermi, guardi i tuoi che stanno lì e continui…Alcuni sono rimasti indietro, alcuni sono caduti prigionieri e ora mordono le sbarre con rabbia. Nelle celle della prigione la rivoluzione si alimenta di innumerevoli ricordi e alcuni immaginari “sì, e sì, e sì…”Sì cosa? Chiede la lancetta dell’orologio che torna indietro. Ricevi la tua risposta nel nodo della prigionia… Alcuni altri lì fuori sono soli, si deprimono, pensano, poi piangono e si mettono a lottare di nuovo. Ostinati. Valutano le loro paure e i loro freni, a volte gli prende male e altre volte premono il grilletto. La pallottola si incunea in una grande speranza. Abbraccia i progetti, fissa una data per l’ultima volta e saluta per anni intera la via Dekeleias [in cui i compagni sono stati arrestati]. Cambiamento brusco di ambiente. Il cielo azzurro si trasforma in una piccola bombetta totalmente bianca. I sorrisi dei nostri compagni sono nascosti. Si sono fatti fregare gli idioti. In quel momento la vista del destino funesto rattrista la batosta. Nessuno sente niente, a nessuno fa male. Si assapora solamente la grande sconfitta. Ascoltami attentamente. Raccogli dentro di te tutto quanto abbiamo vissuto, tutto quanto abbiamo rischiato, tutto il pericolo che abbiamo corso e tutto quello che abbiamo perso, tutto quello che avremmo vissuto ma siamo stati sfortunati… Conserva dentro di te ognuna delle promesse e nasconditi, che non ti prendano MAI… Nel paese in cui il tramonto del sole appartiene a loro sei un illegale, clandestino, nemico. L’altroieri, conversando con l’epoca ci siamo resi conto della nostra colpa. Non è corretto che nascondi dentro di te l’insperato. A volte hai di nuovo dei rimorsi.Che sia come dev’essere, in nessun caso scambia la tua libertà con una attesa eterna. Non so dove vai né dove sei oggi, o domani, adesso. Immagino che tu sappia come sono queste cose. Per cui chiudi gli occhi e pensa: un sorriso, una passeggiata nel bosco, le nostre discussioni tempestose, i nostri nascondigli e attacchi. E non appena apri gli occhi guarda il cielo e dì: andiamo un’altra volta, questa volta fino alla fine.

VIVA L’ANARCHIA

Solidarietà con i nostri compagni, gli anarchici Giannis Naxakis e Grigoris Sarafoudis, e con tutti i prigionieri degni dentro le mura

Nessuna persecuzione penale contro l’anarchico Dimitris Hattivasiliadis

Niente è terminato — Le ostilità continuano

gli anarchici

Fivos Harisis e Argyris Ntalios

ala A di Koridallos, maggio 2013

5 giugno 2013 (contrainfo)

Lettera di Grigoris Sarafoudis

Riguardo al caso di Nea Filadelfia

Il giorno 30 aprile intorno alle 3.00 di pomeriggio vengo arrestato insieme a 4 altri compagni e dopo un procedimento molto rapido mi portano al 12° piano del Commissariato Centrale di Atene. Una volta lì, iniziano le solite procedure (DNA, impronte digitali), chiaramente senza la nostra autorizzazione, qualcosa comunque di molto comune. Più tardi, la notte, mi informano che sono accusato di “favoreggiamento”, “resistenza contro l’autorità” e “falsa testimonianza”. La mattina del giorno seguente mi informano che a queste accuse si aggiunge anche “gruppo criminale con la finalità di commettere rapine”, e questo senza che esista nessuna rapina in concreto per accusare questo presunto gruppo.

Allo stesso tempo mi informano che oltre a queste accuse, io stesso sono accusato di una rapina a una banca realizzata nella località di Filota vicino alla città di Florina e anche di un’altra rapina, questa volta nella località di Pyrgeto vicino a Larissa. Tutto questo secondo un qualche tipo di identificazione del DNA, senza che mi consegnino l’informativa che corrisponde a questa identificazione. A partire da questo momento, dato che il caso della rapina di Filota, per la sua presunta implicazione nella cosiddetta “cassa rivoluzionaria”, si trova nelle mani del giudice istruttore Nikopoulos, le mie accuse risultano ancora più “ingrassate”, ora anche per l’accusa di “appartenenza a organizzazione terrorista”, nello specifico alla Cospirazione delle Cellule di Fuoco.

A questo punto mi piacerebbe mettere in chiaro che ho negato le accuse che mi stanno attribuendo e non sono mai stato membro della CCF. Essendo anarchico solidarizzo, in maniera rivoluzionaria, con l’azione e il contributo dell’organizzazione CCF come anche solidarizzo con gli anarchici rivoluzionariche hanno rivendicato la responsabilità politica di appartenenza a questa organizzazione e per le loro azioni, e con gli anarchici che, in vari momenti, sono stati accusati di appartenere alla stessa organizzazione ma che hanno negato la loro appartenenza.

Se facessimo un breve ripasso del passato recente, potremmo osservare facilmente che decine di compagni anarchici sono stati accusati di appartenenza all’organizzazione rivoluzionaria CCF, mentre sia loro che i membri stessi di questa organizzazione lo negavano (visti i disaccordi politici – dall’uno o dall’altro lato – sempre in una cornice di complementarsi dentro al movimento anarchico, e non di rottura tra di noi). Da una parte perchè così piace al sistema legale che in questo modo può accusare più compagni anarchici e aggiungere un tocco di “terrorismo” a ognuno dei casi, e dall’altra parte perchè così rende un miglior servizio al meccanismo dello Stato mettendo sotto un “ombrello” chiamato CCF (una organizzazione rivoluzionaria molto specifica, con un forte agire fuori e dentro il carcere) ogni tipo di azione forte o “violenta” e questo con l’obiettivo di impedire all’anarchico la possibilità di definirsi da sé e dimostrare la multiforme dialettica e proposta che c’è nel movimento anarchico.

 Niente è terminato, tutto continua

Solidarietà a tutti i lottatori anarchici dentro e fuori le mura

Grigoris Sarafoudis, Ala A di Koridallos, 18/5/2013

5 giugno 2013 (contrainfo)

Lettera di Giannis Naxakis

Ad un mese dal mio arresto rimango ancora perso nei miei pensieri cercando di trovare momenti di calma e chiarezza, cosi ho potuto prendere la penna e buttar giù qualche parola. Il mio umore cambia alla velocità della luce, va su e giù no stop ed è difficile trovare un punto fermo da cui ripartire. Ciò che è successo a Nea Filadelfia mi fa star male, le nuove conclusioni che vengono fuori mi feriscono, la comprensione di quanto è precisamente successo mi uccide. Ci ricado quando ascolto la noia quotidiana e le discussioni infinite valutando i mesi, gli anni, le accuse e tutto ciò che è rilevante. Sappiamo molto bene perché siamo qui e il motivo non è certo per alcune comuni pratiche criminali come sappiamo che da adesso in poi il tempo non scorrerà necessariamente insieme a noi facendo il conto alla rovescia per uscire.

Quel pomeriggio di Aprile, un dannato nostro errore è stato più che sufficiente per farci rinchiudere e star qui a tormentare i nostri sogni. In un momento l’universo è stato destabilizzato, le lancette dell’orologio sono tornate indietro e il flusso è andato al contrario. Una fottuta regola cospirativa non seguita quel giorno – in una serie di altre seguite – e questo è stato più che sufficiente affinché gli scagnozzi dell’antiterrorismo ci prendessero. In – per quanto sia permesso il terno – un momento insospettabile i bastardi hanno avuto la meglio. Quattro persone, un circolo di anarchici, una cella a Koridallos. Una serie di arresti che è avvenuta negli ultimi anni davanti a noi è stata sufficiente per farci preoccupare ma non per farci capire l’accuratezza chirurgica e la disciplina dei nostri movimenti necessari nell’ambito della sicurezza.

Ciò che si richiede sicuramente in questi casi è l’assetto rigoroso dell’attacco e la sicurezza e ovviamente non sto parlando di fare sconti alla prima parte. Abbiamo visto arresti, numerose indagini arrivare alla gente dal nulla, sapevamo molto bene della sorveglianza discreta e non ma ancora il brutto momento doveva venire. Lasciate che io sia l’ultimo stronzo che finisce catturato, ne sarei felice, lo accetterei come l’onore di riuscire a scrivere l’epilogo di una storia cosi lunga. Ecco perché voi compagni fuori, mentre cospirate i vostri piani, dovete guardarvi e dire: “Faremo meglio di loro. Hanno ottenuto l’impossibile, noi oseremo l’impensabile!” E questa promessa potrebbe garantirvi il biglietto per il cielo…

Questi pensieri impressi sono una ritirata prima delle emozioni, più una disposizione d’animo che un “obbligo” del discorso, un tentativo di trovare mondi comuni già esistenti e una ridefinizione individuale dei fattori esterni, i quali tutti insieme e ognuno separatamente anticipa nell’assoluto. Le parole qui vogliono comunicare direttamente con i cuori insorgenti all’esterno. Un cuore colpito dall’autorità al picco della sua innocenza e da allora spaventato per sempre. É stato scosso, ferito e fatto sanguinare senza fine ma una strana cosa – destinata a rivelarsi in seguito – lo ha salvato. E questo cuore non è finito, ma ha solo iniziato a non sentir nulla, tranne l’odio. Il tempo è passato e lentamente ha iniziato a sentire alcuni processi interiori. Un duro confronto tra numerose insicurezze e il loro superamento si è evoluto con un’intensità rapida. Non c’è voluto molto prima che l’inevitabile accadesse e questo cuore si spezzasse, rilasciando in abbondanza dai suoi meandri una nuova e misteriosa sostanza. Una nuova condizione di vita stabilita che viene liberamente tradotta in guerra all’autorità, consapevole e permanente e una generale volontà di non far altro che questo. Questo cuore ancora batte forte…

La condizione esistente tra di noi invoca una sola cosa, la distruzione. Nessuna analisi può darne una precisa descrizione ma solo una conferma. Le analisi socio-centriche ignorano un fatto basilare per una lettura della “realtà oggettiva”. Ignorano l’ingenuità che c’è, l’autorità che nella forma dello sfruttamento come subìto da molti oggi, inizia dove finisce l’individuo. L’autorità che caratterizza l’esistente attorno a noi pre-esiste nell’individuo come elemento basilare che definisce la sua esistenza, come un istinto che definisce la sua sopravvivenza. L’autorità in altre parole non è un elemento metafisico che un giorno è arrivato per infettare la società “libera”, l’autorità è un elemento della natura sicuro come la vita e la morte. L’individuo socializzato pertanto, per quanto possa combatterla, allo stesso modo la realizza. Le rivoluzioni infami infatti non sono altro che il rovesciamento di questa contraddizione. La rivoluzione è un infinito moto circolare, una spirale di vita e l’elemento più onesto dell’individuo che rappresenta meglio di tutto la sua organizzazione generale senza sbocco eccetto se stessa, senza l’esistenza di alcun tipo di sfruttamento. Il poliziotto, il giudice e tuttta l’altra merda sono nient’altro che ruoli della sopravvivenza/rafforzamento che risulta dalla nostra continuità individuale, dalla nostra estensione verso un altro individuo. La possibilità di una società liberata e senza autorità che alcuni propongono per il domani è una fantasia della mente, un’illusione della speranza per l’ingenuità e il pericolo per chi mentre realizza la distanza esistenziale della routine quotidiana nel mondo dell’autorità vuole coprirlo con qualcosa di più concreto, loro non capiscono l’autorità della menzogna, depravazione e squallore risultante dallo sfruttamento delle intenzioni più pure di un individuo che sta cercando un modo per esprimere spontaneamente, direttamente e senza inibizioni, l’oppressione accumulata e ripartita dalla società di massa, questo mondo disgustoso di autorità accumulate. L’autorità non è buona o cattiva, piccola o grande. È una ed è contagiosa, diffusa come una valanga.

Nella guerra delle contraddizioni e riguardo ai comandi vocali dell’autorità, il rifiuto comporta una posizione speciale. Parla la lingua del suo stesso desiderio, che è il suo intervento, la sua verità e la sua assolutezza tra le tante.

Dobbiamo dire: “Io sono l’organizzazione e io sono la società. Io sono la proprietà e io sono l’economia. E solo io posso distruggerle.” In ogni momento dobbiamo istigare, provocare, incendiare e distruggere. Non c’è limite per quanto possiamo guardare oltre, eccetto la terra sotto ai nostri piedi.

Dobbiamo cadere nel fuoco insieme alle molotov. Cosi bruciamo, ci fondiamo e dalle ceneri rinasciamo come un composto più forte del fuoco.

Dobbiamo cercare una vita oltre il percorso. Quando un cammino ci sembra familiare dobbiamo abbandonarlo e cercare l’ignoto, il selvaggio, la libertà. Dobbiamo guardare l’orizzonte e dire: “Sto venendo da te anche se non ci siamo mai incontrati.”

Dobbiamo conoscere il passato ma non guardare indietro neanche per un secondo. Un momento è sufficiente per far danno, per restare intrappolati in una vita prestabilita già vissuta prima.

Dobbiamo disprezzare il già dato, rifiutare il vecchio. Il nostro motivo per alzarci la mattina deve essere la decostruzione dell’ideologia. Sennò il domani ci troverà marci e la storia ci troverà finiti.

Dobbiamo avere il tempo come alleato nella nostra lotta. Col coraggio di dire: “Odiato mondo non ti darò neanche un’ora di lavoro. E quando la vita miserabile stanca, troverò l’opportunità di “lasciare” tutti i suoi valori superflui.” Il mostro crea mostri.

Dobbiamo tra le altre cose riconoscere l’ironia e le sue provocazioni. Non nel senso di: combattiamo il mondo autoritario con i suoi stessi mezzi e abbattiamo la civilizzazione umana con gli strumenti inventati e trovati tra le nostre mani, ma invece: caspita, ecco cosa desidero anche se l’intero dannato universo è contro di me. L’ironia da un lato, un pieno di ragioni dall’altro. Non importa come la guardi, la civilizzazione è un gigantesco crimine. Se vogliamo qualcosa, è una vita senza elementi di essa. Se vogliamo la libertà, la vogliamo selvaggia. Non primitiva, ma inedita.

Non importa quante parole si dicono, quanta letteratura è stata scritta che descrive romanticamente la resistenza, quanti libri con storie eroiche di insurrezioni sono stati scritti e riscritti nei secoli, quanti poemi rivoluzionari, quante istruzioni di anarchia ortodossa, quanti sfoghi selvaggi misantropi o meravigliose melodie di unità, quanti canti appassionati sono stati urlati, quante ricette prestabilite di liberazione – lasciamo stare le astratte manifestazioni di rifiuto – riempiono migliaia di pagine di comunicati, il mondo della pratica, azioni violente, la guerra “sporca” solamente può dar senso a qualsiasi teoria che riguardi lo scontro con l’autorità. La dinamica delle azioni dirette e il relativo intervento nell’esistente è ciò che simbolizza la giustizia antiautoritaria e stabilisce i termini nell’infinita ricerca di una vita libera. La lotta anarchica informale e autonoma ha una pulsione, si introduce militante negli spazi e nei tempi del nemico distruggendo gli elementi strutturali del mondo opposto e ci unisce come una vera comunità rivoluzionaria che ha abolito trionfalmente barriere e confini, evolvendo la consapevolezza individuale verso l’imprevedibile come una sola questione.

Dalla prigione adesso, attraverso una realtà sociale grezza e condensata, mi avvicino ancora di più alle mie responsabilità facendo i conti con le conseguenze della mia scelta di fare un viaggio fantastico e strano verso il mondo del rifiuto concreto. Una nuova prova, più difficile e pericolosa mi aspetta all’angolo adesso. Con il pensiero ai combattenti “lasciati” presto perché hanno osato, quelli che osano il viaggio, inclusa una lunga sosta presso l’istituzione “correzionale”, gli “incorreggibili” di qui che non si aspettavano di vedermi ma che mi aspettavano in realtà con gioia perché è cosi che vanno queste dannate cose, quelli caparbi con cui ho varcato il cancello dell’istituzione, quelli testardi fuori che ridicolizzano la loro paura ogni giorno e quelli che semplicemente non capiscono cosa significa la legge, la polizia, la morte e sorridendo vanno avanti verso l’ignoto, io stringo i denti e dopo un respiro profondo ricomincio da zero…

Giannis Naxakis 31/5/2013

1° braccio della prigione di Koridallos

24 giugno 2013 (contrainfo)

Nikos Romanos: “Conto alla rovescia”

Questo testo non contiene riflessioni complete in merito a ciò di cui tratta. Espone solamente dei pensieri, conclusioni e valutazioni. Mira a fornire nutrimento per il pensiero e desiderio per l’azione. Fino alla prossima volta.

Ai nuovi compagni…

Se qualcosa ci disturba e ci inquieta, oltre alla privazione della nostra libertà, è la nostra preoccupazione se la vita che abbiamo dato e che diamo alla lotta toccherà il livello che desideriamo. Quelli che decideranno che l’anarchia non è un concetto congelato, un’ideologia o qualcosa di contagiato dalla diplomazia. La nostra anarchia è espressione di una vita autentica e libera da schiavitù. Si può vederla nelle molotov lanciate contro l’antisommossa durante i cortei e negli attacchi notturni, nel fumo degli attacchi incendiari, negli attacchi ai fascisti e ad ogni nemico della libertà.

Per quelli di voi che la vedono e quindi non ne parlano come un’ideologia, poichè essa non vi risponderebbe e disprezzerebbe i vostri discorsi rigidi.

Il suo linguaggio richiede passione, rabbia, fantasia e mire distruttive. La sentirai scorrere in te quando ti rivolti violentemente. Innamoratene e falla tua. Sciogli il ghiaccio della prigionia e scalda i nostri cuori con le fiamme…

…E adesso spazio alle parole. Le parole che non sono abbastanza per descrivere le nostre decisioni e contraddizioni armate. Ma anche cosi, esse promettono, rievocano. Parole che vendicano i silenzi organizzati del mondo moderno quando sono accompagnate dai boati delle esplosioni degli attacchi guerriglieri, creando spazi e tempi liberati nella prigionia generalizzata prodotta dal sistema.

Nonostante i corpi dei ribelli sempre sepolti, i pestaggi, gli arresti e le manette. E se si fermano per qualche istante talvolta, non è per gli schiaffi e i calci degli sbirri, ma per gli sguardi assoggettati che silenziosamente confermano la loro complicità.

Non c’è posto per la pietà, non c’è mai stato e mai ci sarà. Essa ama porsi davanti agli obiettivi facendo domande senza risposta agli eserciti dei tele-idioti che non si chiedono mai cosa davvero succede nell’oscurità dell’invisibilità con ignoti protagonisti, i diseredati del contesto sociale. Cosi per la gente del nostro gruppo, la scommessa di distruggere l’esistente resta aperta, per chi, per quelli per cui le fiamme della resistenza bruciano nei cuori insanguinati.

La scelta di rapinare una banca e le sue estensioni

Ora arrivano le scelte. Dovrebbero essere analizzate, chiarite e comprese, abbattendo i ponti della comunicazione tramite l’approccio dialettico e la critica rivoluzionaria. L’obiettivo? Che venga fatto da sempre più compagni che le giudicheranno pratiche fertili e concrete della lotta anarchica.

Per me le rapine in banche sono una scelta senza tempo dei rivoluzionari che “schiude” molte possibilità. Prima di tutto ci libera dai tentacoli del lavoro salariato e dalle sue conseguenze. Il tempo viene liberato dalla quotidianità, dandoti la scelta di dedicarti alle tue passioni. Dove la distruzione della gioia finisce, inizia la gioia della distruzione. Contemporaneamente le rapine in banca sono anche un mezzo necessario per creare multiforme strutture di lotta anarchica con denaro espropriato al nemico. Stiamo parlando del supporto ai progetti anarchici, ai compagni prigionieri, alle strutture di guerriglia. Allo stesso tempo è una concreta contrapposizione all’etica sociale del lavoro salariato e dei suoi ruoli sociali riprodotti dal mondo capitalista.

Ovviamente nessuna azione di per sé ha caratteristiche rivoluzionarie. Il soggetto tramite la parola, le motivazioni e i suoi fini, dà senso all’azione e la avvicina all’obiettivo che sceglie. Nel mio caso, il rifiuto del lavoro è una parte della scelta specifica, l’altra è il supporto all’azione diretta anarchica e agli attacchi contro stato e capitalismo attraverso la guerriglia urbana anarchica.

Riguardo alla guerriglia urbana anarchica

Il senso di una guerriglia urbana è un utile strumento nell’”arsenale” di ogni anarchico. Uno scontro armato contro il dominio che sfida il monopolio statale della violenza cosi come anche il bisogno fittizio di una rivolta di massa necessaria per agire. L’azione guerrigliera urbana mostra che il sistema viene sfidato e i suoi miti di onnipotenza possono collassare insieme alla facciata della macchina invincibile. Essa causa ferite fatali al nemico ed è un messaggio di insurrezione e invito aperto ad agire contro l’oppressione. Ad un livello personali non ti lasci soccombere e non chini il capo davanti alla forza del sistema ma ti armi e lo attacchi. Rischi, decisioni e conseguenze sono basate sui criteri politici e personali e conducono alla scelta. Sia che lotti per la distruzione del sistema o che capitoli con i suoi benefici. Una scelta che viene insieme all’evoluzione qualitativa della lotta anarchica. Qualcosa che significa che noi dobbiamo respingere il populismo politico che circola nei circoli antiregime. Diciamo com’è la cosa. Siamo in guerra con il sistema, abbiamo vittime, ostaggi, ricercati. Niente di tutto ciò può o dovrebbe essere detto piacevolmente al fine di lusingare le orecchie degli “oppressi”. Va detto come è, un pugno nel nostro stomaco che dobbiamo restituire alle loro facce.

Per tutti quelli che rifiutano la nostra esistenza, che evitano di connettere le micropolitiche con la multiforme lotta anarchica e il sogno di lotte “autorganizzate” senza sangue e paradisi post-capitalisti. Se li conoscevamo, li abbiamo già dimenticati.

Qualche parola riguardo all’organizzata noia del presente

Viviamo un momento dove i contratti sociali vengono bruciati tra le fiamme del massacro neoliberista. Conseguentemente il welfare e i benefici sociali cadono dinnanzi al massacro dei conglomerati multinazionali.

La diffusione della civilizzazione, il complesso tecno industriale consolida la sua sovranità Il nuovo ordine richiede un dio che sarà annunciato come salvatore dell’umanità. Il suo nome è scienza. Un’autorità che non può essere affrontata da comuni mortali mentre la sua accettazione sociale prepara un controllo totale senza bisogno di sangue. L’applicazione delle nuove tecnologie, le nascenti tecnostrutture di stato che abbandonano la burocrazia del passato, il desiderio per un volontario controllo di massa della società, è un assaggio del totalitarismo civilizzato. Tramite la propaganda dominante, i crimini quotidiani della scienza sono assorbiti. Con la scusa del migliorare il livello di vita e la cura medica. I protettori della vita alzano il valore indossando le uniformi dell’ipocrisia. Quando comunque lo trovano necessario lasciano cadere le maschere al fine di sterminare nel nome del loro dio (denaro), dichiarando le crociate del presente.

Le teorie deterministiche collassano, nonostante il parassitismo economico della popolazione, la gente resta prigioniera delle inibizioni, paure, insicurezze (che vanno diminuendo). Prigionieri di un sistema dal quale le persone dipendono materialmente, mentalmente, spiritualmente. La tolleranza aumenta e l’umiliazione continua. In coda all’ufficio di collocamento, le mense delle chiese, gli uffici dei padroni, la nuova carità delle campagne umanitarie dei media.

Un’umiliazione che insulta la dignità umana, mentre i manager della scena politica vantano i successi e l’umanità della democrazia.

Gli umani moderni non scelgono, seguono semplicemente le scelte di altri. Non si preoccupano, lo lasciano fare agli altri. Non hanno voce e preferiscono ascoltare la voce altrui. Non si armano, nel migliore dei casi diventano indignati. Non vivono ma semplicemente sono convinti che un mondo virtuale di schermi e pubblicità sia la loro vita.

Scene di progetti della moderna civilizzazione delle persone e progetti ideali fanno diminuire la distanza tra essi. Persone, prodotti e macchine diventano tutt’uno nella vasca del costante aumento del controllo. L’unicità dell’individuo smette di esistere e si identifica con la mediocrità che sta nella responsabilità del silenzio. Un silenzio che uccide mentre sorride sprofondando nel paradiso consumistico dei prodotti, delle caserme, delle prigioni, dei campi di concentramento, delle cliniche psichiatriche e dei paesi “sviluppati” della periferia capitalista.

L’opinione pubblica, questa creazione inerme del sistema, si forma con le abitudini volgari e aleggia intorno ai letti dei padroni. Opinioni vuote non sono suscettibili di riparazioni ideologiche. Inoltre, non importa quanta ideologia diffondi, la merda resta merda.

Per le persone che contro il loro tempo corrono il rischio di lottare e innamorarsi con passione, l’attacco non affonderà mai nella muffa ideologica per diventare giusto e accettabile. Tracciando le passate esperienze di lotta, scoprendo i nostri punti in comune con altri combattenti, rinforziamo le barricate dell’oggi e costruiamo una prospettiva rivoluzionaria del domani. Costruiamo comunità militanti di lotta che condurranno ad una lotta diretta contro stato e capitalismo. Costruiamo relazioni anarchica tra di noi vivendo e promuovendo l’anarchia del desiderio selvaggio nel presente.

Osiamo e continuiamo ad osare.

10, 100, 1000 cellule rivoluzionarie contro il dominio e l’assoggettamento di massa.

TUTTO PER LA LIBERTÀ!

LUNGA VITA ALL’ANARCHIA!

“Il punto dove il dolore non arriva.

Il punto dove le tempeste si uniscono ai mari agitati.

Il punto dove la speranza saluta le lacrime e una speranza è sufficiente.

Il punto dove il sudore di mani in tensione tocca quei visi arrossati che

aspettano eternamente per quel qualcosa.

In quel punto ci incontreremo di nuovo.

E se rimarrà qualcosa da dire, saremo coerenti.”

I miei più calorosi saluti a tutti gli anarchici che non si abbattono e mantengono aperta la scommessa della sovversione. Ai compagni che scelgono di colpire lo stato e il capitale anonimamente, a quelli che scelgono un nome per battezzare la propria rivolta, alle cellule della Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI-FRI), che continuano l’attacco diffuso.

A tutti i fratelli e le sorelle in ostaggio in ogni angolo del mondo che di notte guardano le stelle tra le sbarre e il filo spinato.

Nikos Romanos

Carcere giovanile di Avlonas, giugno 2013

PS 1. Poco prima di scrivere questo testo ho saputo dello sciopero della fame del compagno anarchico Kostas Sakkas in merito alla richiesta di liberazione. A breve scriverò un testo solidale.

PS 2. Getto lo sguardo alle periferie infuocate di Stoccolma e alle barricate di fuoco in Turchia.

5 luglio 2013 (contrainfo)

Comunicato di Nikos Romanos in merito allo sciopero della fame di Kostas Sakkas

I miei riferimenti alla decisa scelta dello sciopero della fame non vogliono necessariamente dire che io la sceglierei come mezzo. Senza dire se concordo o no con il mezzo, perché non c’è giusto o sbagliato in situazioni come queste e tutto è rimesso in discussione continuamente. Sciopero della fame- Contraddizione in una battaglia di posizione.

Lo sciopero della fame è il mezzo di lotta estremo di un rivoluzionario. Storicamente è stato usato da un ampio spettro di combattenti tenuti in ostaggio per la loro azione sovversiva principalmente contro i regimi democratici. Dagli scioperanti della O.R. RAF deceduti e le morti dei combattenti di IRA e ETA, fino a quelli risultati vittoriosi dei compagni anarchici come Christophoros Marinos e Kostas Kalaremas, i membri di Lotta Rivoluzionaria e della CCF. I punti in comune che li uniscono possono essere minimi rispetto all’esistente, ma c’è una decisione che rimane la stessa, “lotterò fino alla fine”.

Questa scelta è stata capace di creare un particolare ricatto contro lo stato. Un ricatto che potrebbe suonare come un ossimoro ma che ha ottenuto un forte potere negoziatore a causa della morte degli scioperanti. Ovviamente visto che parliamo di poteri negoziatori riconosciamo l’esistenza di equilibri all’interno della guerra rivoluzionaria che è formata da condizioni sociali, politiche ed economiche di ogni era e la polarizzazione che esiste tra gli uomini di stato e i rivoluzionari. Ciò non significa che li rispettiamo e l’obiettivo è attaccarli e distruggerli. Né comunque significa che non li localizziamo e sfruttiamo per il nostro vantaggio.

Questo caso è proprio quello dello sciopero della fame, dove la facciata umanista della democrazia viene sfruttata per far accogliere le richieste del combattente. Una battaglia che ha luogo contro la rappresentazione politica del sistema, la democrazia, un dispositivo esplosivo che il/la combattente sceglie di collocare all’interno del suo corpo e dirigersi verso le fondamenta della coesione democratica rendendo note le proprie richieste, l’esplosione che seguirà avrà una reazione a catena all’interno della democrazia.

Questa scelta va richiesta in modo multiforme dai compagni fuori. Con una strategia militante che sarà adattata in base alle circostanze, mirante simultaneamente a creare un grosso costo politico per ogni giorno in cui lo stato non accoglie le richieste del combattente. Ovviamente tutto ciò richiede la cancellazione di ogni mediazione istituzionale e la nostra chiara divisione dai politicanti di sinistra e i loro sgherri.

Andando dalla teoria alla pratica renderò noti pubblicamente alcune riflessioni intorno a pratiche e strategie realizzabili durante questa lotta decisa e circoscritta. Credendo che la comunicazione tra ostaggi e compagni liberi debba andare in ambo i sensi e non essere limitata a ricerche teoriche ma collocarsi nell’unico campo dove viene testata la sua concretezza, la pratica.

Parte prima: Continua controinformazione

Il punto di vista: esso funziona come anticipo di guerra con un chiaro e aggressivo discorso anarchico, salvaguarda la lotta del compagno nel momento e allo stesso tempo informa gli interessati e non che nessun nostro compagno è solo e che fin quando lo stato non cederà l’attacco continuerà.

I modi: striscioni, manifesti, volantini, stencil, riempire ogni angolo della città, occupazione di stazioni radio in modo che la lotta del compagno sia una ferita aperta per lo stato, interventi e impianti audio nei punti centrali dove trasmettere i concetti anarchici e le dichiarazioni del compagno, tracciando slogan su bus, tram, treni, stazioni e piattaforme della metro, facendo passare oltre l’apatia e lo stress dei passeggeri un messaggio chiaro – non un passo indietro per la lotta del nostro compagno.

Parte seconda: l’azione guerrigliera

Le azioni di guerriglia realizzate mirano tra le altre cose a creare pressione e causare tensioni sociali e conflitti all’interno del sistema, il cortocircuito della coesione sociale e la costruzione di una crescente  intensità che mira ad un obiettivo specifico lasciando la scelta di decomprimere allo stato, che non sarebbe altro che l’accoglimento delle richieste del compagno.

Gli attacchi guerriglieri devono essere sostanzialmente e strategicamente mirati, che si parli di attacchi che saranno noti a causa della loro dinamica o la scelta di obiettivi come politici e giornalisti che verranno scelti a causa della notorietà del loro ruolo istituzionale. Il messaggio resta lo stesso, la lotta del compagno.

Nel caso di attacchi diffusi al dominio è necessario che gli autori dichiarino il motivo e le ragioni dell’azione. Nei pressi dei bancomat bruciati e dei muri dei palazzi governativi anneriti dagli incendi, slogan solidali e volantini che informano i passanti che finché lo stato non cederà l’attacco andrà avanti. Così anche gli indifferenti e i moderati funzioneranno come strumento di pressione politica dato che temeranno una possibile insurrezione a causa dell’arbitrarietà dello stato e l’azione illegale che potrebbe diventare diffusa e pubblica.

Le pratiche sovversive connesse tra loro sotto una richiesta e una lotta comune con significati concreti e non astratti ottengono una dinamica e diffusione maggiore, l’intensità degli attacchi crea un clima esplosivo. Gli esempi migliori e più recenti per capire quanto detto sono gli attacchi guerriglieri e le dinamiche politiche e sociali ottenute dopo l’attacco dello stato alle occupazioni, agli spazi auto- organizzati e alle strutture del movimento.

Parte terza: in caso di sconfitta

Visto che ogni battaglia comporta la possibilità della sconfitta, nel caso tragico in cui il compagno morisse a causa della condotta intransigente dello stato è necessario creare subito un contro-bilancio che farà capire ai futuri politici che per la gestione di casi simili dovranno valutare molto bene le conseguenze di tali scelte.

Gli esempi storici delle esecuzioni politiche nell’europa occidentale

Colpire individui che hanno avuto molta responsabilità nella morte dello scioperante. I dottori-aguzzini che hanno effettuato l’alimentazione forzata agli scioperanti (Spagna-GRAPO), i giudici reazionari che hanno fatto carriera sulle spalle dei combattenti (Germania- morte di Holger Meins), i supervisori politici, i segretari generali, i ministri e il loro branco di sgherri sono stati e sono un obiettivo. Tutte queste esperienze sono parte della storia rivoluzionaria che non si dovrebbe ripetere come una farsa, ma con sempre più passione per la libertà e più odio verso i nostri nemici.

Riguardo al caso dell’anarchico Kostas Sakkas

L’anarchico K. Sakkas è in sciopero della fame dal 4 Giugno richiedendo il suo immediato rilascio. Il motivo è la durata vendicativa della sua carcerazione pre processuale di 36 mesi, ovvero tre anni di custodia. Il trattamento vendicativo e l’arbitrarietà dello stato non ci sorprende né dovrebbe farci optare per la legalità.

Non dimentichiamo che viviamo in un mondo dove le operazioni militari, i bombardamenti e gli omicidi di massa di guerre invasive condotte dagli imperi avvengono in nome della pace, ed anche lo sterminio della gente mediante una morte lenta in prigione nel nome della sete di sangue e della meschina giustizia di una società che lo è ancora di più. Ma usando le loro stesse contraddizioni e sfruttando la loro debolezza si ha una possibilità per sferrare la battaglia decisiva per la liberazione di un compagno anarchico. A questo punto è importante menzionare che la stessa situazione straordinaria di custodia vale per il guerrigliero della CCF Gerasimos Tsakalos.

La conclusione che traiamo da questa scelta arbitraria dello stato è che le individualità risolute possono causare importanti ferite allo stato. Un prezzo che preferiscono pagare a costo di una detenzione illegale, una scelta di stato che incrina la facciata “umanitaria” e la giustizia di cui parlano. É un fatto che lo stato spingerà la situazione all’estremo puntando al crollo fisico del combattente al fine di scuotere la sua decisione.

Dobbiamo insorgere contro lo sterminio del nostro compagno. Con ogni mezzo e standogli vicini.

ATTACCO COSTANTE PER IL RILASCIO

DELL’ANARCHICO KOSTAS SAKKAS

TUTTO PER LA LIBERTÀ

LUNGA VITA ALL’ANARCHIA

P.S. Per evitare incomprensioni, il motivo per cui non faccio lo sciopero del carrello è perché dal carrello non prendo nulla e mangio da me (cucinando ecc). Dire di farlo sarebbe ipocrita e una presa in giro per i compagni che lo leggerebbero. Per i compagni che prendono il cibo dal carrello può essere una privazione ma negli altri casi è una cosa finta e senza sostanza.

Nikos Romanos

Prigione di Avlona, Giugno 2013

26 giugno 2013 (contrainfo)

Lettera di Giannis Mihailidis

Con questa lettera cerco di spiegare le mie posizioni e le mie scelte come parte dell’azione anarchica insurrezionale e spero che essa funzioni come incentivo per la sua diffusione. Non è stata scritta da una prospettiva ideologica precisa o una tendenza ben consolidata. Si tratta del risultato di furti al “supermercato delle ideologie” e mie riflessioni.

Senza dubbio, contiene i giudizi e i valori di uno che, spinto dal folgorante ideale dell’anarchia, partecipa alla guerra contro il Potere. Spinto da un ideale che sta tanto nelle comunità tradizionali del passato quanto in quelle insorte del passato e odierne. Un ideale al quale ci stiamo avvicinando fino ad ora e che forse mai potrà prevalere universalmente. Perché, come ha scritto il compagno Giannis Naxakis, “il Potere non è metafisico, è dentro di noi”. Cosi come lo è la passione per le relazioni libere e senza dominio.

La comprensione del fatto che la realtà capitalista è una guerra di tutti contro tutti e una lotta per la sopravvivenza, questo mi spinge a prender parte alla guerra contro questa realtà e a scegliere la mia posizione. E cosi, considerando i membri del partito dell’Ordine come assassini senza scrupoli, ho scelto l’insurrezione. L’anarchia è il modo in cui mi ribello, cercando allo stesso tempo di non riprodurre ciò che sto combattendo, vale a dire le relazioni autoritarie, e organizzare le comunità di lotta in modo antigerarchico.

Prima Parte

Considerazioni sul nemico

Lo sviluppo della civilizzazione comprende il continuo perfezionamento di tutto il complesso delle convenzioni sociali. Questo complesso è universale, comprende il denaro, le leggi, la morale. Ogni conflitto e lotta di interesse è intermediato e gestito da questo sistema di convenzioni.

L’attuale struttura sociale è configurata per equilibrare i contrappesi di forza, il principio della sua riproduzione e rafforzamento. In continua evoluzione e riaggiustata nei molteplici centri del Potere, da potenti capitalisti, dignitari di Stato e scienziati, la prosperità di tutti questi dipende dalla capacità di sopravvivenza e di riproduzione della macchina sociale.

Inclusa la distruzione di un frammento di questa gigantesca macchina le torna utile come opportunità per perfezionarsi. Ogni guerra, catastrofe naturale, insurrezione o rivoluzione danno al capitalismo nuove aree di investimento e anche un nuovo e più stabile regime nasce dalle ceneri del precedente. Ogni impero del passato è stato minacciato da altri poteri. Il capitalismo offre tanta flessibilità sociale in modo che ogni fattore del potere forte venga assimilato.

La forza della moderna macchina sociale sta nell’assimilare tutto. Ogni cittadino e impiegato costituisce un ingranaggio che va collocato nel modo giusto. E tutti sentono di essere dipendenti da questo ingegnoso “sistema di ammortizzazione degli urti sociali” che si chiama capitalismo e domina tutto.

Il denaro è un linguaggio globale, è la misura della capacità che ogni individuo ha per sfruttare gli altri. E tutto il mondo quando inizia a capire come maneggiare il denaro entra come parte integrante del sistema autoritario.

“Queste persone sono il sistema. E questo sistema è il nemico.”

Questo è il mondo potente del capitale. Tuttavia, la religione universale del denaro ha bisogno dei miracoli oltre ai suoi chierici: il complesso scientifico-tecnologico che ha messo l’ingegno umano al servizio dei soggetti più infidi. Macchine potenti che uccidono moltitudini, torturano, sterminano e, cosa peggiore, scompongono l’intelletto umano. Dalle bombe atomiche, le cavie da laboratorio, i macelli e gli allevamenti fino alla contaminazione e distruzione del pianeta. Dalle telecamere alle televisioni che diffondono il modello dello schiavo moderno fino alle “armi intelligenti” della polizia.

No, la tecnologia non è per niente neutrale. Si tratta di una prostituta che ti si può avvicinare ma che non dimentica i propri protettori. Una forza enorme che si sviluppa velocemente impugnando questo mondo sempre di più alla ricerca del controllo totale, sempre di più in cerca della definitiva sconfitta della libertà. Pertanto un mondo felice è qui ed è fatto in modo tale che non dà a nessuno il diritto di dire: “sono innocente”.

Non importa quanto la società ha messo le radici nell’ipocrisia morale della cultura borghese, la realtà dura e pura è presente e non può nascondersi dietro la montagna delle cosiddette “norme morali altruiste”. La presenza di sensibilità non si annulla per l’unione di condotte proibite, con la molto diffusa imprescindibile auto-oppressione la cui unica funzione è la prosperità e la riproduzione di una società di individui castrati.

Il furto è amorale perché mette in discussione il sacro calice della proprietà legale, mentre lo sfruttamento realizzato grazie alla proprietà va rispettato. Gli omicidi sono amorali tranne quelli fatti da un poliziotto o mercenario: si tratta allora di “atto eroico”. Non vale la pena citare le innumerevoli regole insipide e insignificanti, che vengono semplicemente guida per le relazioni amorose e, in generale, sociali.

Senza dubbio la morale è per le vittime, per la base della piramide sociale. Chi sta in cima, per stare lì sputa su di essa, mentre finge di rispettarla e riconoscerla. Ma sputano anche i liberi e consapevoli rivoluzionari che agiscono in base al proprio giudizio e ai propri sentimenti, mentre la morale si traduce in una sensazione spontanea, nel disprezzo delle regole e dei divieti. La differenza è che non hanno bisogno di fingere.

In base a ciò, il sistema capitalista non si limita alle strutture diffuse del potere, non può prosperare sulla base di una morale che chiunque può interrogare. Ha bisogno di un meccanismo violento che dissuada quelli che vorrebbero metterne in discussione la normalità. La violenza della legalità sostituisce i limiti delle norme morali e costruzioni ideologiche. Il capitale globale rappresenta un impero e il nucleo della sua imposizione violenza è il governo democratico.

Come qualsiasi altro regime totalitario anche la democrazia per i suoi sudditi pare essere la forma più conveniente di autorità. E naturalmente si occupa di riprodurre la propria morale, cultura e propaganda attraverso l’insegnamento statale, lo spettacolo e l’informazione (controllata dall’alto). Il messaggio “qualunque forma di organizzazione delle relazioni umane che non sia autoritaria risulta inefficace” non ha bisogno di presentazioni: è implicito.

“La violenza non può essere una forza pura e brutale, perché se fosse cosi il cavallo di Caligola avrebbe lo stesso diritto del suo proprietario ad essere console di Roma”. Tomas Paonal (1)

Perché il regime sembri non solo l’opzione più favorevole ma l’unica, non basta imporlo con la violenza, serve un’apparente clemenza.

La democrazia capitalista è il paradiso in confronto all’inferno che la stessa democrazia produce nei territori che sta sfruttando. Essa applica al suo interno il dogma della tolleranza zero, anche se questo fa parte dell’approccio terrorizzante verso quelli che, consapevolmente o meno, mettono in discussione l’ordine stabilito. Il limite della tolleranza può essere modificato per garantire gli equilibri delicati. Intanto la democrazia evita di sterminare fisicamente i suoi nemici interni e conserva la maschera umanitaria che nasconde la natura cruenta del complesso Stato-Capitale. Ogni deviazione da questa norma costituisce l’affermazione di una crisi del sistema, l’eco di un forte dissenso interno che minaccia di modificare il carattere del regime. Rappresenta anche un danno per la democrazia borghese che – funzionando grazie ai principi dell’economia – deve spendere più energia per ristabilire l’ordine interno.

Ovviamente tutto il meccanismo della violenza fisica esistente nella democrazia, vale a dire la polizia-giustizia-carceri ha i fondamenti nell’invenzione ideologica chiamata sicurezza. Il crimine è il nemico immaginario dal quale lo stato protegge, allo stesso tempo creando le condizioni che lo generano. Lo stesso sistema che fabbrica le armi ne definisce l’uso legale per il braccio militare che con violenza becera genera le condizioni del saccheggio brutale all’estero e tramite la polizia impone l’ordine nel territorio interno, vale a dire la condizione razionale di sfruttamento capitalista.

Il meccanismo di base della sottomissione che tiene in mano la democrazia capitalista è l’istituzione del carcere. Esso – che gli umanisti chiamano “correzione” – funziona come ricatto per tutti quelli che pensano di deviare dalla legalità borghese e, per fornire una forma più lieve di punizione rispetto all’esecuzione, conserva la maschera umanista del regime. Esso è anche la parte elementare dell’attuale sistema scientificamente strutturato che continua a mantenersi grazie alla violenza, diretta o meno, per prendere il controllo delle coscienze.

Coscienze armate

Osservando il continuo sviluppo della tecnologia repressiva e del controllo verso modelli sempre più totalitari, sorgono le seguenti domande: Contro cosa si sta blindando il sistema? Cosa affonderà l’ordine nel caos? Quale forza cerca di ingannare le apparenze umaniste?

Una forza potente tanto quanto quella che l’ha generata. La consapevolezza dell’uomo. La coscienza che ha fatto conoscere valori contrari all’insensato sfruttamento e oppressione. Ciò che viene chiamato “conquiste sociali” non è altro che il perfezionamento del regime stesso che in questo modo assimila questi valori e riduce le reazioni contrarie, ma in realtà è violento e oppressore.

L’attuale sistema autoritario con i suoi pilastri si evolve continuamente con la tecnologia e la scienza, il fortissimo meccanismo capitalista e le democrazie occidentali con il loro ruolo di regolatore, tutti quelli sono il risultato della coevoluzione dialettica tra potere e insurrezione. Il regime è nato dalle rivoluzioni e continua ad essere rivoluzionario.

Il “miracolo” del mondo moderno è il bastardo nato dall’incontro amoroso tra il potere e le idee liberatrici. Da un lato il potere limita la propria bestialità e dall’altro l’esplosiva e rapida evoluzione del sapere (che una volta era perseguitato) insieme alla libertà di espressione aumentano il suo potenziale. È una situazione che, confrontando con le società del passato, non può far presagire nulla di positivo né tanto negativo, dal momento che non c’è mai stato nulla di simile e non c’è una storia ipotetica. L’unico che c’è è un mondo che cambia e con questa evoluzione abbiamo l’opportunità di partecipare con la forza della nostra coscienza.

Lo sviluppo della consapevolezza passa attraverso l’atto di criticare i valori e le idee stabilite e, passando per le insurrezioni e le rivoluzioni tanto individuali quanto sociali, dà vita a nuovi ideali.

Questo è il flusso della storia. A parte un sacco di sangue versato in nome degli interessi dei potenti, scorre anche il sangue che scorre nelle acque dell’insurrezione, flusso che scorre verso il sole della libertà e la sconfitta degli imperi. Perché gli spiriti liberi si armano e reclamano il loro posto nella storia. Quelli che sostengono che l’azione rivoluzionaria è priva di senso visto che il sistema è troppo forte, che si domandano come sarebbe il mondo se non fosse plasmato dalle insurrezioni e rivoluzioni, che si chiedono quale grado possa raggiungere il totalitarismo del potere se l’unica forza che si evolve al di fuori del desiderio insaziabile di più forza, più controllo… poichè la risposta è cosi evidente, è meglio che guardino a loro stessi per vedere il riflesso delle loro scelte colpevoli.

Seconda parte

Seguendo le tracce del mio viaggio per il mondo dell’insurrezione, della resistenza e della solidarietà

Dal momento in cui ho sperimentato le cose che mi hanno portato a mettere in discussione l’ideologia dominante, dal momento in cui mi sono reso conto che ogni momento di passività è complicità con i crimini dei potenti, volevo che la mia azione fosse coerente con le mie idee. Ho cercato modi di sabotare l’armonioso funzionamento dello stato e dell’economia, cercando complici per agire. Moltissimi compagni hanno finito con lo scegliere opzioni che poi ho seguito e tratto ispirazione dalle loro azioni e percorsi. Percorsi che spesso sono stati difficili e dolorosi, all’insegna della conquista dell’autodeterminazione, della libertà e della vita.

Ogni forma e metodo di lotta ha i suoi valori e importanza. Servono per concretizzare i desideri di tutte le individualità ribelli che contribuiscono all’allargamento necessario del fronte rivoluzionario diffondendo idee liberatrici di sabotaggio della gerarchia, del mercato, delle strutture sociali e degli ingranaggi al servizio del capitale che distruggono la natura, umana e non.

Naturalmente i mezzi e le strategie scelte nella guerra rivoluzionaria – come in qualsiasi guerra – in gran parte sono determinati dalla corrispondente strategia del nemico. La democrazia borghese nella sua versione greca preferisce permettere la libera espressione di idee rivoluzionarie, assicurandosi che queste vengano calunniate tramite i ben controllati mezzi di informazione, e sepolte da una montagna di volantini pubblicitari cosi che le masse continuino a consumare la falsa vita. L’intontimento televisivo prevale.

Lo stato sa bene che per vincere questa guerra di sovra informazione noi dobbiamo essere dinamici e forti e che un messaggio per diffondersi ha bisogno dell’azione. E ogni azione subisce il rispettivo grado di repressione. Lo scopo di questa breve analisi è sottolineare l’importanza che hanno tanto i progetti che diffondono le idee anarchiche quanto le azioni guerrigliere. Perché il discorso da solo, oltre che soccombere nella tomba della sovra informazione scavata dalla civilizzazione borghese, perde il suo senso se non sfida il monopolio della violenza di stato, se non si concretizza nella violenza diretta rivoluzionaria. Allo stesso modo, nessuna rivendicazione d’attacco diffusa tramite la stampa o i mezzi digitali può sostituire la diffusione di mano in mano, la comunicazione che nasce tramite la relazione organica nei progetti aperti di resistenza.

La strategia dello stato di uccidere i nervi della lotta anarchica colpendone le forme dinamiche, violente e offensive, dimostra che alcune opzioni risultano più efficaci. Sarebbe ovviamente ridicolo affermare che certe forme di lotta sono superiori alle altre, però ogni individualità o collettivo ribelle deve farsi questa domanda: abbiamo intenzione di abbandonare certi campi di guerra rivoluzionaria e arrenderci al ricatto statale chiamato “legalità”?

Ancora vivo nello stomaco della bestia

Mi ritrovo a confrontarmi con il mondo carcerario, uno spazio/tempo determinato esclusivamente dalle regole. Tutta una serie di scelte mi hanno portato qui, scelte che ho fatto cercando di tracciare il mio percorso di negazione. Il rifiuto di soccombere ai ricatti dello stato, di rassegnarmi alle convenzioni del potere, a vivere come una piccola pedina. E’ stato un percorso consapevole di insurrezione, di resistenza e solidarietà. Un percorso pieno di sentieri in salita verso il vulcano della rivoluzione anarchica.

Essendo temporaneamente “disattivato” approfitto dell’opportunità che mi da il regime democratico: quella di esprimermi liberamente, cercando di trasformare la mia debolezza in forza. Il tempo morto del carcere nutre lo sviluppo delle idee che minano i fondamenti delle illusioni democratiche.

Urgenza di ogni rivoluzionario è trasmettere i messaggi che accendono la miccia dell’azione insurrezionale. Allo stesso tempo, tanto l’azione quanto la condotta di vita e di lotta che scegliamo funziona come il messaggio. Per questo considero tanto importante difendere le mie scelte che, secondo me, sono state cruciali e hanno dimostrato il significato che avevano per me. Lo consideropiù importante della “clemenza” che, eventualmente, potrebbero mostrare i tribunali democratici se scegliessi di tacere sui temi più “sensibili”. Disprezzo i codici penali e non lascerò che limitino il mio discorso. Disprezzo anche la supposta “strategia” che si inventano quelli che, quando viene il momento, non sono capaci di difendere le proprie scelte. Perché la nostra lotta si svolge soprattutto e principalmente in ambito politico e sociale. Non si tratta di un conflitto militare tra due bande. La dinamica della barricata rivoluzionaria è la prospettiva di estenderla e questa estensione sarà fattibile quando grideremo i messaggi dell’insurrezione e non quando restiamo a guardare nella speranza che il nemico ci tratti con clemenza. Naturalmente il regime delle convenzioni non è basato su una violenza irrazionale. Lo stato moderno regola le condanne in base all’atteggiamento che uno tiene davanti alle istituzioni poliziesche e giudiziarie. In un certo modo tratta le spie, i pentiti, quelli che fanno un passo indietro, e in un altro modo tratta chi difende le proprie decisioni.

A quanto pare, alcuni si sono fatti ingannare dagli strateghi più abili, da quelli che sanno bene che “bisogna lasciare un’uscita al nemico e poi ucciderlo dopo, quando retrocede”. (Sun Tzu)

Pertanto, nessuna ritirata, battaglia furiosa fino alla fine!

Il sentiero della deviazione

In questo momento sono accusato di tentato omicidio mediante l’uso di un arco durante un corteo, di essere membro della O.R. CCF, di 160 attacchi realizzati da questa organizzazione, di una sparatoria con la polizia a Pefki e di rapine in banca fatte a Velventos (vicino a Kozani) e Filota (vicino Florina). Ogni accusa è per me un onore, visto che mi sento orgoglioso di quanto il regime mi contesta come suo nemico. Naturalmente ero nemico armato del sistema autoritario prima che la polizia mi fermasse con i suoi espedienti. E mi piacerebbe spiegare il ragionamento che mi ha guidato e toccare alcuni momenti importanti della mia attività e delle mie scelte. Ovviamente lascerò fuori alcune cose dato che non intendo dare informazioni al nemico in merito a quanto, per ora, non sa.

Nel 2009, quando lo stato ha colpito alcune delle infrastrutture della guerriglia anarchica e molti compagni sono andati in clandestinità, per me fu ugualmente importante il supporto ai clandestini e l’urgenza di prendere parte all’azione guerrigliera. In questo contesto nacque la mia relazione con la O.R. CCF.

Non sono stato membro dell’organizzazione, perché nell’anarchia ogni individualità ha la possibilità di scegliere il proprio percorso autonomo, unirsi liberamente e creare nuove organizzazioni, al contrario di quanto dice la propaganda dei media che vede una sola struttura centralista e ci inserisce tutti, annullando le differenze di ognuno. Tuttavia, durante questo periodo abbiamo avuto alcuni obiettivi comuni, sono nate delle relazioni di solidarietà concreta che ci hanno portato ad una collaborazione più profonda. E questa collaborazione a sua volta ha portato anche me ad essere represso nell’operazione contro la Cospirazione.

Alcuni giorni prima dell’assalto dell’Unità Antiterrorista a Volos, venni arrestato per un corteo con l’accusa di aver puntato il mio arco verso il parlamento, un’azione che difendo completamente fino ad oggi, visto che si inseriva nel contesto di lotta multiforme. Continuo ad avere le posizioni che ho espresso nel testo che scrissi allora.

Torniamo a quando mi rilasciarono con misure restrittive che io stesso ho deciso di infrangere per non correre il pericolo di essere arrestato nel caso la polizia sapesse più cose di quanto aveva ammesso. Questa scelta, questa mia decisione, venne confermata dal mandato di cattura a mio carico dopo l’arresto di 5 membri della CCF a Volos.

Ero nel bel mezzo di un incrocio di scelte ma poi ho capito quale sarebbe stato il mio percorso. Scelsi il percorso accidentato che passa da meravigliosi scenari d’azione e una vita al di fuori della legge. Avevo scelto la guerriglia permanente, piena di conseguenze sorprendenti, sia in termini di attività di infrastruttura, azioni notturne per rubare veicoli o rapinare banche, come anche di momenti d’attacco.

Si è privati di tante cose quando si è clandestini, ma il fatto di non essere cittadini di stato è come una dichiarazione di guerra. Come anarchico, questo mi ha fatto sentire coerente verso me stesso, correndo il pericolo di essere arrestato non per una vita tranquilla nella comodità della legalità o, peggio ancora, aspettando un trattamento migliore da parte del nemico.

Questo rifiuto di arrendersi necessitava, per me e i miei compagni, di un duro e continuo lavoro di infrastruttura: documenti falsi, appartamenti in affitto, armi, rapine armate di autofinanziamento. L’infrastruttura di difesa al tempo stesso era d’attacco, in base a quanto scelto sempre da noi. Insieme alle regole di sicurezza e le misure di antipedinamento, il nostro continuo lavoro nella difficile condizione di clandestinità ci ha spinti ad assaporare l’esperienza della guerra. Una vita sul filo del coltello, adatta per gli amanti delle esperienze vere, una vita che rifuggono i consumatori nei cinema della propria passività. Perché vita significa azione, rivendicazione e guerra, non essere una pila che lavora per la macchina gigante.

Riconoscendomi come avversario del regime e sapendo che i suoi cani armati possono attaccarmi e catturarmi in qualunque momento, ho regolato la mia vita e i miei movimenti sperando nello scoppio della battaglia armata contro i mercenari di stato. Il momento in cui il valore della vita di uno sgherro si valuta in base a quanto ostacola la mia libertà. Senza dubbio, esistono condizioni che ci impediscono di prendere la vita anche di un soldato nemico, con le conseguenze di un tal atto o la clemenza verso questi stupidi “irresponsabili” che, spinti dalla diffusa apatia, si arruolano a forza. Tuttavia, quando i guardiani della legalità mi attaccano, la mia libertà vale più della loro, del tutto non necessaria, vita.

Pur avendo le armi, sia a livello materiale che di coscienza, quando abbiamo dovuto affrontare due agenti armati, evento capitato durante un compito di infrastruttura, eravamo insufficientemente armati, – nel vortice delle condizioni di clandestinità-, e, per essere esatti, avevamo solo una pistola. Per caso non ero armato e quando ho sentito che gli sbirri si avvicinavano ho cercato di fuggire, poi mi hanno immobilizzato.

Non dimenticherò mai gli splendidi spari mentre riflettevo sulla fine della mia libertà. La decisione difficile di uno scontro armato da una posizione chiaramente svantaggiosa da parte dell’anarchico Theofilos Mavropoulos mi ha risvegliato la rabbia della libertà. Siamo dovuti fuggire passando su quei corpi.

Nello scontro di Pefki, il mio contributo è stato recuperare l’auto degli agenti che ho poi usato come arma, minacciando gli agenti di travolgerli, i quali presi dal fervore cercavano di bloccarmi la strada. In ogni istante ho cercato di rincorrere la libertà. Il risultato finale di questo scontro è stato il ferimento grave dei due agenti, cosa che ha seminato panico tra le file dei mercenari della polizia, ma anche un grave prezzo per noi: il ferimento e poi la cattura del compagno.

Per me, il fatto che la mia libertà illegale sia durata due anni è un qualcosa di inestimabile. L’unica cosa che mi dispiace è che nel periodo prima dell’arresto non sono riuscito a soddisfare le mie aspettative, ovvero affinare l’azione guerrigliera e liberare i compagni dalle carceri della democrazia. Tuttavia, ho fatto un’esperienza che non cambierei per nulla al mondo, sviluppato relazioni che si sono forgiate creando una compagnia armata che ha girato per monti e città preparando rapine e azioni guerrigliere. Ho acquisito esperienza che conserverò come un tesoro per fare meglio le cose quando sarò di nuovo libero.

Non dimenticherò mai ciò che ho sentito due anni dopo, quando armati fino ai denti eravamo seguiti a bordo di un furgone tra le montagne della Macedonia occidentale, e non volevamo rischiare la vita dell’ostaggio in uno scontro con la polizia. Condizioni piene di contraddizioni, scelte contraddittorie. In un mondo dove regna la sottomissione davanti alle armi della polizia, solo la minaccia delle armi può garantire la nostra esistenza. È quasi certo che qualunque nostro movimento fosse segnato, qualcuno Io avrà detto alla polizia. Comunque, l’unico modo di mantenere sicura l’informazione su di noi è attaccare con la nostra violenza il portatore di tale informazione. Finché si è abituati a seguire gli ordini degli agenti si obbedisce, sul momento, a ciò che impongono i ribelli. Fino a quando la coscienza si riconcilia con la proposta di resistenza e di una possibile relazione antiautoritaria. Se qualcuno si trova nella posizione difficile di obbedire alla voce che grida “fermi, mani in alto!” e allo stesso tempo non ha intenzione di collaborare con la repressione, sicuramente noterà che la nostra scelta è stata dovuta per una necessità, ovvero non aggravare una situazione già tesa.

Il mondo capitalista è un mondo in guerra e ogni aspirante spia sceglie di mettersi dalla parte dei nostri nemici. Possiamo comprendere le scelte di ognuno ed essere clementi, per il fatto che abbiamo imposto il minimo che potevamo fare in quel momento e abbiamo deciso di rispondere guerra alla guerra. Non è realistica la critica sulle “relazioni di potere che si presentano durante un attacco o un sequestro”, visto che le relazioni del potere sono già sul tavolo, presenti ovunque. Il denaro sta nelle casseforti vigilato da guardie armate e quando se ne prende una piccola parte è per comprare articoli e “servizi”, ovvero perpetrare la catena della schiavitù. L’unica relazione senza potere che può esistere nasce nelle comunità di lotta.

Organizzazione e attacco

Ovviamente l’analisi di prima e la narrazione non avrebbe senso se non accompagnata dalla progettualità di continuare la lotta con ogni mezzo e in ogni forma. Perché le comunità di lotta sono costituite da individui diversi, con diversi punti di vista e motivazioni, ma che si uniscono nella guerra contro il potere. E’ da qui che nasce la desiderata e necessaria moltitudine di opinioni e di mezzi di lotta. Certo, la scommessa di una organizzazione di guerra anarchica è ancora aperta. Sia rispetto alla realizzazione di un’azione contro il nemico sempre più forte e concreta, sia al rafforzamento delle relazioni tra compagni.

Un’organizzazione che significhi creare gruppi e cellule d’azione, secondo le esperienze comuni o con obiettivi e concezioni in comune. Un’azione che abbia a che fare con la diffusione delle nostre proposte e dei nostri valori e la sua connessione con altre forme di lotta, con l’obiettivo che ogni lotta frammentaria si sposti dal parziale al “tutto”, di una particolare condizione di oppressione e sfruttamento che alimenta la diffusa civilizzazione del potere. Un’azione che colpisca il nemico a fondo senza riconoscere la dicotomia “legale-illegale” e che non parli il linguaggio del nemico anche quando sa come decodificarlo. Un’azione collettiva, individuale, diretta. Dai cortei alle assemblee popolari fino ai sabotaggi incendiari notturni, le bombe, le rapine e gli omicidi dei dirigenti del sistema. In questa azione si forgiano le relazioni dei rivoluzionari, prendono forma e si completano nel concetto di solidarietà. In questa azione ogni individuo si sente completo e vive in linea con i propri sentimenti e la propria coscienza.

Pertanto, organizzazione significa anche superare se stessi, significa autocritica, rottura, dissoluzione e poi ricostituzione in base a fondamenti e relazioni ogni volta superiori. Ma significa anche coordinare le forze per gli obiettivi che abbiamo in comune, cercando modi di sfruttare le nostre differenze, di risanare il terreno dove ci sono crepe, di non dimenticare mai dove sta il nemico.

Attacco frontale contro l’apice dello sviluppo della civilizzazione del potere

In chiusura, volevo sottolineare una mancanza cruciale negli obiettivi di di lotta. Ci concentriamo quasi esclusivamente sulla polizia e la repressione o le istituzioni politiche ed economiche, mentre il mondo del controllo totale si perfeziona nei laboratori scientifici privi di vigilanza. E mentre i più perversi aguzzini di animali in nome della scienza e della conoscenza fanno esperimenti sul controllo mentale e non hanno alcuna scorta poliziesca, al contrario dei politici che sono la vetrina del sistema.

In realtà sembra abbastanza facile restituire al clero della tecnoscienza un po’ della violenza che essi generano, ma molto poco si fa in questa direzione. Questo testo parla delle scelte che ho fatto, e lo vado a concludere con un’autocritica verso questa omissione fondamentale, verso le cose sempre rimandate in attesa di un momento migliore che non arrivava mai. Il mio obiettivo è che i nuovi compagni coprano i vuoti lasciati da chi è venuto prima. Considero essenziale, più che simbolico, il sabotaggio delle infrastrutture tecno scientifiche della civilizzazione. Perché se capiamo dove vanno le ricerche e chi le finanzia, ci renderemo conto che il grande capitale e i principali meccanismi dello stato dirigono lo sviluppo della scienza e della tecnologia per servire i propri fini del beneficio economico e del controllo sociale.

Si sa che l’industria approfitta delle conquiste scientifiche nel modo più distruttivo per la natura e in quello più doloroso per gli animali e le persone. L’inquinamento e il surriscaldamento del pianeta, passando per l’estinzione delle forme di vita e terminando con la tortura asfissiante degli animali in gabbia per cibo o pelliccia, gli esseri umani si riservano un destino migliore per loro stessi. Nient’altro che violenza, dolore, sfruttamento e morte.

Il potenziale del metodo scientifico facilita la gestione sociale attraverso la propaganda psicologica, prepara il monitoraggio diffuso attraverso i “sistemi intelligenti” con telecamere telescopiche e satellite oltre agli insetti-spia robotizzati e, seguendo il filone del controllo mentale, gli esperimenti sui cervelli degli animali. Lo sviluppo dei droni aerei che già seminano morte nelle zone di guerra cosi come i soldati-robot. Allo stesso tempo preparano la fusione dell’uomo con la macchina, un’idea tecnocrata dove la distanza tra occhio, schermo e mano viene risolta da una connessione diretta colcervello, permettendo cosi uno sviluppo più veloce di questa superpotenza che è la tecnologia. Un’idea che nulla ha a che vedere con la fantascienza perché esiste già nei laboratori che “creano” varie specie di animali-robot con impianti cerebrali e ci sono università che preparano moralmente e legalmente le persone affinché accettino la singolarità tecnologica che unirà umani e macchine. Questa situazione presenta un ricatto dei più evidenti che dobbiamo tenere a mente: noi o loro.

E credo che col tempo questo ricatto sarà sempre più sentito tra la gente, ma anche noi saremo sempre più deboli. Dobbiamo agire mentre c’è ancora tempo e non siamo troppo indietro. Il nuovo fascismo è qui e non si impone: lo si può acquistare. Abbiamo l’obbligo per noi stessi di sabotarlo e creare un potente fronte contrario, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche e teoriche.

Senza dubbio, per combattere il complesso tecno scientifico dobbiamo regolarci, dotarci di nuove tecnologie e usarle contro di esso. Come gli indios che non poterono combattere i conquistadores con l’arco, i rivoluzionari saranno eliminati se non perfezioneranno le forme d’azione. Purtroppo, tutto ciò sembra lontano ma si prevede che il futuro sarà ancora più oppressivo e angosciante, e per questo è chiaro che non vi è altro modo.

Insieme a questo invito ad agire mando un segnale solidale a tutti i compagni del mondo che hanno combattuto e che combattono contro il complesso tecno scientifico, lo stato e il capitale, dentro e fuori le mura delle prigioni.

Saluti rivoluzionari alle cellule della rete internazionale dell’ALF, ELF, FRI e FAI, la Cospirazione delle Cellule di Fuoco e tutti i gruppi e organizzazioni, chi si firma e chi no, chi non forma una rete globale di cellule ma-indipendentemente se concordo o no con i loro punti di vista-continua a scommettere sulla resistenza, l’insurrezione e la rivoluzione.

Giannis Mihailidis

Prigione di Koridallos

PS1. Mentre scrivo questo testo, il prigioniero anarchico Kostas Sakkas è in sciopero della fame (a partire dal 4 Giugno). Mi dichiaro solidale alla sua lotta finalizzata alla libertà. È necessario agire per impedire la strategia omicida dello stato a danno del compagno.

PS2. Da molti giorni c’è una brutale caccia all’uomo ai fuggitivi del carcere di Trikala, ovvero gente che è riuscita a farsi beffe della sicurezza carceraria, mostrando che nulla è impossibile. Il loro spirito combattivo e la fermezza con cui difendono la libertà ci regala un sorriso dei più sinceri. Buona fortuna, fino alla distruzione dell’ultimo carcere, fino alla libertà di tutti.

PS3. Le barricate in ogni angolo della terra riscaldano i nostri cuori.

Nota di traduzione:

Non è stato possibile rintracciare la fonte della citazione forse per un errore di copiatura dell’autore.

28 luglio 2013 (contrainfo)

Grecia: Fissato il processo per il casodella doppia rapina a Velventos-Kozani

ll processo per la doppia rapina a Velventos-Kozani è stato fissato per il 29 Novembre 2013. I compagni accusati sono: Andreas-Dimitris Bourzoukos, Dimitris Politis, Nikos Romanos, Giannis Michailidis, Fivos Harisis e Argiris Dalios.

Il processo si terrà al tribunale d’appello di Atene (Efeteio), sulla Via Loukareos.

Solidarietà ai compagni. Nessun ostaggio nelle mani dello stato.

29 settembre 2013 (contrainfo)

Lettera dei compagni accusati per la doppia rapina

Il 29 Novembre 2013 inizierà il processo per la doppia rapina a Velventos-Kozani. Si terrà nella sezione femminile del carcere di Koridallos (e non -come annunciato all’inizio- nel tribunale sulla via Loukareos). L’aula, sacro bordello della giustizia, è sempre stata lo spazio dove la classe dominante – l’autorità – ha dimostrato il suo dominio sugli “illegali” di questo stato.

Ecco perché la questione della solidarietà è un fastidio permanente, nel caso degli anarchici, e i poliziotti di ogni categoria, antisommossa, in borghese, antiterrorismo, si affrettano a riempire le aule nel tentativo di ostacolarne l’espressione. Comunque visto il fallimento di queste pratiche e con l’evidente interesse di rendere “sicuro” il trasferimento (dal carcere al tribunale) di un nutrito gruppo di anarchici, hanno risolto entrambi i problemi grazie alle aule speciali (due per ora) dentro la sezione femminile. E’ ovvio che il cambio di sede è il risultato di entrambi i motivi. Da un lato il minimo rischio a livello logistico e dall’altro la registrazione di tutti i solidali che vorranno entrare.

Per noi la sede non fa differenza, l’aula è un territorio ostile, che sia in prigione o nei giardini pensili di Babilonia. E se la tattica di registrare ostacola la presenza dei compagni in aula, niente e nessuno può fermare la forza che avremo dal sentire le voci e le urla che entreranno oltre le mura della prigione e i furgoni blindati. Un presidio fuori dal tribunale può rompere l’isolamento che vogliono realizzare.

Inoltre, per noi la solidarietà rivoluzionaria non si limita ad eventi di supporto in occasione delle udienze. La corte non è altro che lo spazio dove il nemico convalida la propria vittoria, è il meccanismo di assimilazione della violenza repressiva nell’ideologia democratica. Soprattutto nel nostro caso non ci sarà la solita “pressione” sui giudici per avere sentenze più favorevoli. Le decisioni sono predeterminate. E questo non ci interessa, dato che abbiamo una condotta ostile verso i giudici non perché ci prendono di mira, ma perché il loro lavoro è distruggere le persone sotto lo stabile dell’autorità statale.

La solidarietà è una relazione continua. Le sue forme di espressione sono varie e trovano concretezza nei momenti d’attacco al sistema e ovviamente un presidio può essere uno di questi momenti per chi vuole farlo, ma non è un presupposto o l’unico momento per la solidarietà. E soprattutto, la solidarietà con i rivoluzionari prigionieri non è una statistica dettata dal momento, è un bisogno, un’emozione, è la realizzazione di una comunità di lotta, con ogni mezzo scelto dai compagni per esprimere la propria solidarietà, sia con la presenza fuori dall’aula o con l’attacco alle rappresentazioni del dominio coinvolte nel nostro processo.

In chiusura, vogliamo chiarire che tutte le RELAZIONI TRA COMPAGNI che ci uniscono, la nostra comune visione della libertà, i sogni che condividiamo non saranno mai incrinati da qualsiasi tipo di divisione riguardo alla gestione del processo o dalle diverse accuse a nostro carico. Il fatto che alcuni di noi avranno gli avvocati ad esempio, mentre altri no, che alcuni rivendicheranno la partecipazione alla rapina ed altri no, non sono motivi per dividere la comunità di lotta che ci tiene uniti dietro le sbarre.

In questo processo l’essenza è nel fatto che lo stato e i suoi meccanismi mettono alla prova gli anarchici avversi del sistema, suoi oppositori. E’ meno importate come essi cercheranno di tenerci prigionieri il più a lungo possibile (vedi le accuse).

Il loro interesse principale è la nostra condanna come NEMICI del sistema. Dal nostro lato non riconosciamo la dicotomia innocente-colpevole (in questo e in qualsiasi processo a carico di combattenti anarchici). Siamo colpevoli per il loro mondo, colpevoli per la loro “innocenza”. I nostri pensieri e i nostri cuori sono vicini ad ogni tentativo di combattere l’autorità.

RABBIA E CONSAPEVOLEZZA

Fivos Harisis, Argiris Dalios, Giannis Michailidis, Dimitris Bourzoukos, Dimitris Politis, Nikos Romanos

2 novembre 2013 (contrainfo)

Testo di Nikos Romanos

Pensieri dalla prigionia…

Con la destinazione finale i nostri demoni interiori…

Da quasi un anno abitante della terra ghiacciata, adesso il ghiaccio si è diffuso nel mio corpo. Monotoni e ripetitivi gesti quotidiani, paralisi generale. Qui i confini vengono trasformati in porte e mura.Camminando nel cortile, quaranta passi di lunghezza e trentacinque di larghezza. Poi il muro. Su e giù, su e giù, destra e sinistra, destra e sinistra. Dopo un po’ inizi a memorizzare i dettagli inquietanti del muro che ti impedisce di proseguire oltre i quaranta passi, noti gli scarabocchi che ha, i dislivelli. Credo che ciò abbia senso visto che me li ritrovo numerose volte davanti a me.

L’orologio che nascondo nel mio corpo si è congelato pure. Anche se so che il mio tempo è un conto alla rovescia, sono agitato, i calcoli matematici della mia prigionia mi disgustano. 3/5 per il rilascio, 1/3 della pena per un permesso, e più lavori in carcere più veloce ci arrivi.

Ho sempre odiato la matematica che definisce la mia vita. Se fossi stato predisposto verso di essa probabilmente non avrei scelto una vita come la mia. Una semplice equazione dei burocrati delle logiche rivoluzionarie mi avrebbe convinto. Anarchia + guerriglia urbana = illegalità = morte o galera, mi avrebbero detto cosi e adesso credo che essi abbiano ragione. Gli direi di lasciarmi subito all’istante. La vita umana non si conforma a frazioni ed equazioni. E la passione per la libertà non è inseguita da nessun fantasma di sconfitta. Semplice come le equazioni matematiche di sconfitta che tanto disprezzo.

Ma torniamo all’orologio interiore. Mentre ero in clandestinità esso è stato dall’orologiaio, che lo ha spedito in una clinica psichiatrica. Quando gli ho chiesto perché, mi ha detto che è dove stanno tutti gli orologi interni ai corpi di chi lotta e il cui fato di schiavitù eterna finisce. La diagnosi ufficiale è stata che esso era stato colpito da mani anormali.

Ma esso ha ignorato i comandi e le invocazioni a ritornare alla normalità della promiscuità smussata e chirurgicamente calcolata. Infatti, in una bellissima notte esso andò verso la libertà e fuggì dalla stanza bianca della clinica psichiatrica. E tornò ad appuntamenti cospirativi, dove ognuno di noi aveva preso misure necessarie di precauzione. Una parola onesta, bellissime promesse e una grande decisione.

Mai più schiavi, capi chini, mai più soli. Per sempre dall’altro lato, per sempre ribelli e sacrileghi, per sempre sul cammino della gente libera. Per sempre, hai sentito?

Odio chi ha la perversione di richiedere la sottomissione. Per loro le teste chine e il silenzio sono come un rituale dove il padrone richiede uno schiavo, meritevole di servirlo. Odio anche la logica degli schiavi che percepiscono la sottomissione come forma di rimedio per la propria sofferenza. So che sono molto pochi quelli che fuggiranno da questo labirinto. Credo che ci siano pagine di storia dove i rivoluzionari cercano vie di fuga, seguendo il filo di Arianna. Ritengo che ciò sia probabilmente inutile visto che chi evade non segue un percorso prestabilito, ma ascolta semplicemente il battito del proprio cuore.

Prendo un respiro profondo per tornare in prigione. Qui il mio orologio si è congelato per bene. Posso dire che è stato totalmente disorientato e i punti di riferimento sono andati persi insieme alla speranza in qualcosa di significativo.

Comunque, ho trovato il modo, anche se temporaneo, di rompere il ghiaccio e ascoltarlo per qualche minuto. E’ il momento in cui vado in cortile e metto gli auricolari per sentire la musica.

Lì giace il segreto che mette in moto i miei piani svelati ai miei occhi, immagini, pensieri ed emozioni danzano al ritmo della musica. Mi limiterò a descriverli in una sola parola. Vendetta. So che non potranno tenermi qui per sempre. So anche che molti hanno avuto lo stesso pensiero e poi si sono limitati ad un costante rinvio. Io non mi preoccupo, ogni passo compiuto è un piccolo insulto alle statistiche dei teorici della vita.

Giuro a me stesso che ogni minaccia diventerà azione, la pagheranno, la pagheranno. Per la paranoia organizzata che ci propinano, per ogni giorno di prigionia, per ogni insulto alla nostra individualità, per ogni anno di prigione che ci daranno, per ogni buongiorno che diciamo tramite un fottuto telefono alle persone che amiamo, per ogni buonanotte detta con voce tremante al tramonto tra le montagne, dietro il filo spinato. E quando arriverà il momento io riderò, quando il terrore arriverà senza invito nelle loro case. Riderò e nessuno potrà fermarmi. L’odio dentro di me cresce ogni giorno, diventa un fuoco e si nasconde nelle mie budella. Per un momento sogno di diventare un drago e sedermi sulla vetta della montagna che si vede dal cortile. Appena prima dell’attacco questo mostro irrazionale decide di agire razionalmente, come gli attentatori anarchici che avvertono riguardo all’esplosione della loro rabbia, poi prende solo i suoi amici sulle ali e li porta sulla vetta.

Non perdetevi questo spettacolo, dice loro.

Immediatamente apre le ali, sorvola la prigione e sprigiona un fuoco che gli bruciava dentro da troppo tempo, sulle sue strutture marce, i suoi tristi residenti e gli “onesti” lavoratori. Poi ritorna sulla vetta più alta dove ha lasciato i suoi amici e guarda il fuoco che, come un fedele alleato, termina il lavoro. M

Al notiziario delle 8 parlano di un tragico incidente e di cieca violenza. Tutti si affrettano a dare la condanna più dura.

Ma ci sono eccezioni. Ci sono quelli che hanno sentito il ruggito di una morte lenta sotto la pelle, l’oppressione dei sentimenti umani, l’incubo di una prigionia prolungata che li accompagnerà ogni giorno. Sono loro che si sono svegliati la mattina con un gran sorriso. E da ogni angolo della terra migliaia di voci ripetevano simultaneamente:

“FUOCO ALLE PRIGIONI”

“Se fossi vento diventerei tempesta, se fossi fuoco brucerei il mondo, se fossi acqua diventerei un torrente in piena che lo inonda, se fossi dio lo rispedirei all’inferno, se fossi cristo decapiterei tutti i cristiani, se fossi un sentimento riempirei la gente di rabbia, se fossi una pistola andrei contro i miei nemici, se fossi un sogno diventerei un incubo, se fossi una speranza brucerei nelle anime degli insorti come una barricata in fiamme.”

Per adesso, mando tutto il mio amore a coloro che si armano di sogni per combattere la civilizzazione dell’autorità. Con la spinta di fuggire insieme al loro orologio dal mondo dell’ordine e andare avanti all’attacco dei nostri oppressori, con tutti i mezzi.

Ora e sempre!

Attaccare la macchina sociale!

Lunga vita all’Anarchia!

Nikos Romanos

Prigione di Avlona, Novembre 2013

Lettera dei compagni prigionieri per il caso di Nea Filadelfia

Pensiamo sia necessario divulgare alcune informazioni riguardo alla nostra sorveglianza e al conseguente arresto fatto dagli agenti dell’antiterrorismo il 30/4/2013 a Nea Filadelfia. La maggioranza delle notizie sono “ufficiali” e prese dalle accuse a nostro carico. Tramite ciò siamo giunti ad alcune conclusioni in merito alla conoscenza degli agenti dei nostri “movimenti” e sui metodi di sorveglianza diretta. Aggiungiamo anche alcune parole sulle conoscenze degli agenti che abbiamo “scoperto”, ma anche sulle loro tattiche. Il ritardo è dovuto all’esitazione e alla valutazione sul pubblicare queste informazioni col rischio di aiutare il futuro lavoro della polizia. L’abbiamo valutato e abbiamo deciso che è più importante, anche se con ritardo di qualche mese, condividere queste informazioni perché è più coscienziosamente “corretto” per noi che i compagni interessati sappiano un minimo come si muove la polizia, piuttosto che restarne ignoranti.

Per molti queste cose suoneranno ovvie, ma siamo convinti che non sarà cosi per tutti. Ovviamente non possiamo fare controproposte qui, solo avvertimenti. In nessun modo vogliamo spaventare qualcuno con l’ampiezza di informazioni e la dinamica del nemico, ma dire a chi sta “cercando” ciò di cui bisogna essere a conoscenza in strada per soddisfare i propri desideri d’attacco. L’”ombra” che molte volte copre i metodi e i movimenti dell’antiterrorismo porta la gente a sopravvalutarlo, quando è vero che oltre certe cose che vengono divulgate, molte altre restano nell’oscurità. Gli agenti stessi quasi mai rivelano i loro metodi. Dall’altro lato, sebbene abbiamo preso delle contromisure, il rischio a livello individuale o collettivo rimarrà sempre in un campo soggettivo. Non importa quanti errori si fanno e continueranno ad essere fatti nella battaglia contro i forti meccanismi d’oppressione. Gli errori che sempre “costeranno” di più vanno paragonati agli errori degli sbirri che vengono “assimilati”. Le situazioni devono essere valutate di nuovo e gli errori già commessi, semplicemente, non dovrebbero ripresentarsi. L’esperienza accumulata in tanti anni va studiata e capita e visto che c’è la tendenza a prepararsi per le battaglie già avvenute e non per quelle che verranno, bisogna essere preparati e molto fortunati…

Per iniziare, diciamo che la nostra sorveglianza è iniziata alle 11:20 con la localizzazione di Grigoris (Sarafoudis) ed è finita alle ore 16:00 con il nostro arresto a Nea Filadelfia. Abbiamo motivo di credere che la nostra sorveglianza sia iniziata in un momento specifico, perchè poco prima il nostro compagno era entrato nell’internet cafe Palladium al 48 di Solomou street al confine del quartiere di Exarchia col centro di Atene. Crediamo che tale bar fosse/sia sotto sorveglianza, dato che abbiamo saputo che altri compagni in passato sono stati pedinati da agenti in borghese all’uscita dal posto. Un altro motivo che più o meno definisce l’orario è il fatto che nella prima mattinata il compagno aveva fatto un “controllo” per assicurarsi di non essere seguito.

Un controllo usuale che facevamo molto spesso e sempre prima di incontrare compagni ricercati o sconosciuti alla polizia, al fine di essere “puliti”. In altre parole, pensiamo che il “brutto momento” sia arrivato quando una persona “pulita” è entrata in un posto “sporco” e dato che era conosciuta dall’antiterrorismo a causa di passate sorveglianze, è stata riconosciuta e sottoposta a sorveglianza discreta. L’incontro di qualche ora dopo con i due compagni ricercati Argiris (Dalios) e Fivos (Harisis) è suonato come un allarme all’antiterrorismo e ha causato un immediato ordine d’arresto. Gli agenti, come sempre, al fine di giustificare la sorveglianza, hanno detto nell’accusa che una “chiamata anonima” da loro ricevuta aveva rivelato che Grigoris ed un altro compagno avevano preso parte alla rapina a Velvedo e spesso transitavano nel quartiere di Exarchia. Cosi, hanno anche cercato di sviare sulla cooperazione dell’internet cafe al fine di non renderlo un obiettivo, infatti hanno scritto di aver trovato Grigoris per caso all’incrocio tra Patision e Solomou, 30 metri più in giù della strada! Sebbene sappiamo che questa storia ridicola della chiamata anonima non è vera, non escludiamo che Grigoris, per qualche motivo, poteva essere già stato tra i sospettati e poi diventato obiettivo dell’antiterrorismo. La storia, più o meno, dopo la visita di Grigoris all’internet cafe “sporco”, continua quando poco dopo in un’altra parte della città incontra il compagno Giannis (Naxakis), che aveva già fatto un “controllo”. I due compagni hanno poi frequentato zone diverse, per rivedersi dopo a Nea Fildelfia al punto di incontro con altri compagni, li la storia finisce poco dopo con l’arrivo dell’antiterrorismo. Durante quelle poche ore, i compagni sotto sorveglianza hanno fatto alcune mosse che da un punto di vista legale potrebbero essere indifferenti, ma che sono riuscite a “tradire” alcune caratteristiche cospirative di come ci muoviamo.

Dunque:

1) Dopo circa quattro ore di sorveglianza ci hanno visti andare in quattro diversi internet cafe. Il primo è stato il “Paladium” dove è andato Grigoris. Poi il Patision 382 vicino alla stazione ferroviaria di Ano Patissia, vicino al negozio “Everest” dove Grigoris e Giannis si sono incontrati. I due poi sono andati al “Gnet” a Marousi (Tsaldari e Aristidou street), mentre l’ultimo è stato il “Bits&Bites” a Nea Filadelfia (Dekelias 138) dove hanno incontrato Argiris e Fivos. Con questi fatti gli agenti hanno creduto che usavamo internet per comunicare tra di noi. Hanno saputo che “scaricavamo” e usavamo Tor (un testo esaustivo verrà diffuso riguardo al funzionamento e alla sicurezza di Tor), un programma per far perdere le tracce dell’indirizzo IP, in modo da navigare più “sicuri”, visto che l’indirizzo IP (che svela la provenienza geografica dell’utente) appare come se fosse localizzato in un’altra parte del mondo. Anche con ciò, gli hacker della polizia greca non hanno l’abilità di “decriptare” la nostra navigazione su Tor perché non è una questione di decifrare ma di vagliare un grande insieme di indirizzi IP. E trovarlo è veramente dispendioso a livello di tempo ed è una procedura complessa che nel nostro caso va fatta a ritroso. Generalmente, con Tor ci siamo sentiti sicuri fino a quando recentemente (il 6 Agosto) gli hacker del FBI hanno “crackato” per la prima volta molte pagine Tor, riuscendo a tracciare ed arrestare una vasta rete di pedofili, fatto che ha creato timori riguardo alla sicurezza. Un errore che abbiamo sicuramente fatto è aver “scaricato” Tor sul pc dell’internet cafe dove eravamo, piutttosto che averlo in una chiavetta usb, rendendolo quindi visibile dal pc centrale del negozio, che teoricamente può avvisare subito i poliziotti, tramite un programma, se c’è un accordo apposito. Riguardo agli internet cafe, ci sono arrivate brutte notizie dato che della gente è stata pedinata da agenti in borghese dopo aver lasciato diversi internet cafe ad Atene (Exarchia, Monastiraki, Neos Kosmos, Kallithea) cosa che ci fa pensare che molti negozi ad Atene sono sotto sorveglianza. Non dimentichiamo che le abilità degli agenti sono sufficienti se consideriamo che solo il DAEEB (antiterrorismo) ha 600 impiegati, come è stato detto da loro stessi durante un processo.

2) Ci hanno visto al parco Sygrou a Kifissia. Due di noi (Grigoris-Giannis) prima di andare verso Nea Filadelfia hanno fatto sosta al parco, andando verso il campo da calcio, per poi sedersi su una panchina vicino al campo e parlare a lungo.

Da notare che in tutte queste ore siamo stati seguiti, sebbene effettuavamo controlli e teoricamente credevamo di essere puliti, guardandoci alle spalle, per abitudine, non abbiamo notato nulla di preoccupante mentre ci muovevamo con diversi mezzi (treno, bus, taxi).

Altre cose che abbiamo imparato e capito dal giorno dell’arresto in merito all’agire della polizia. Ci hanno veramente sorpreso quando a 80 metri dalla strada del bar a Nea Filadelfia mentre due di noi (Grigoris-Giannis) camminavano, gli agenti del DIAS ci hanno fatto segno per un controllo. Se qualcosa era da aspettarsela di certo non era la presenza del DIAS in un incrocio centrale del quartiere, ma un altro tipo di “assalto”. Dopo il segnale, e dopo essersi avvicinati a piedi, abbiamo visto, qualche secondo dopo, l’arrivo di molti altri agenti che ci circondavano fino a metterci in trappola, qualcosa che ci ha fatto capire che se anche fossimo stati armati avremmo avuto veramente poche possibilità di fuggire. Dall’altro lato, come si sa già, nel bar dove è avvenuta l’operazione qualche minuto dopo, la loro tattica di usare la DIAS come esca non ha dato risultati visto che una persona è fuggita.

Inoltre, qualcosa di cui non eravamo certi, e che ora sappiamo, è l’abilità degli agenti di qualsiasi caserma nel paese di confrontare subito i dati di una carta di identità falsa con quelli del vero possessore tramite la fotografia. Giannis, che inizialmente è stato portato alla caserma di Nea Filadelfia, è riuscito a vedere gli agenti digitare i dati del documento falso nel computer e vedere la foto del vero possessore apparire sullo schermo.

E’ importante sottolineare le differenze di base delle tattiche dell’antiterrorismo nel caso dei nostri arresti, a confronto di passate operazioni a danno dei gruppi armati (CCF, Lotta Rivoluzionaria, gli arresti a Pireo, Nea Smirni, Vironas-Tavros). In tutti questi casi passati la tattica è stata: analizzare prima il profilo e le interazioni dei compagni ricercati con quelli “legali”, poi mettere questi sotto sorveglianza per scovare gli illegali. Ovviamente, l’antiterrorismo non svolge indagini “in un solo senso”, né restano fermi ad uno schema, tramite l’esperienza degli ultimi tre anni abbiamo visto che nonostante differenze occasionali, il nucleo dell’indagine e del suo successo stanno in un modello “semplice”.

Nei precedenti casi, quando il DAEEB “ha scoperto” i compagni ricercati non ha cercato di arrestarli subito, al contrario li ha sorvegliati molti giorni mirando alla ricerca dei “covi” e delle armi dei compagni e in secondo luogo dei loro contatti. Gli esempi sono evidenti: nel caso dei compagni arrestati a N. Smirni-Pireo, la sorveglianza, secondo i documenti ufficiali, è durata 17 giorni. Secondo le fonti, l’antiterrorismo ha osservato le abitazioni dei compagni a Salonicco e a Vironas – Tavros cosi come quelle a Volos dove vivano i membri della O.R. CCF… al contrario nel nostro caso l’antiterrorismo ha scelto di arrestarci subito e non di seguirci, per due motivi. Il primo e più importante è che nel passato diversi compagni (tra i quali alcuni di noi) sono sfuggiti ad operazioni dell’antiterrorismo grazie ai metodi di controsorveglianza applicati. Gli agenti o li hanno persi, o al fine di non far scoprire l’intera operazione, li hanno lasciati andare. Il secondo motivo è che a causa dei moderni strumenti di oppressione (vedi DNA) gli agenti sono più sicuri che in passato e noi saremo imprigionati e condannati anche senza “covi”, “armi” ecc.

Alla fine la conclusione che traiamo è che il nemico si conforma velocemente alle condizioni ed evolve di continuo, ma molte volte il nemico stesso crea le condizioni nelle quali avrà l’iniziativa delle azioni.

Da parte nostra non è sufficiente restare nelle ricette testate e vincenti del passato ma bisogna guardare sempre avanti, essere un passo avanti a loro. Aspettandoci il peggio non possiamo che migliorare sempre. Attraverso questo testo, cerchiamo l’evoluzione dell’azione tramite la condivisione di questa esperienza. Crediamo che tali comunicazioni siano necessarie, anche se è in questo modo (il contatto immediato tra quelli interessati è impossibile e pericoloso), e che generalmente sia essenziale che gli accusati e i prigionieri diffondano tali notizie. Le cose che il nemico sa non dovrebbero essere un segreto nei nostri giri, visto che possono tornare utili. C’è ovviamente il caso in cui alcune informazioni restano segrete per via di una strategia, un piano, o un nuovo attacco a sorpresa ai danni del nemico.

I prigionieri per il caso di Nea Filadelfia:

Argiris Dalios

Fivos Harisis

Giannis Naxakis

Grigoris Sarafoudis

7 novembre 2013 (contrainfo)

Scritto in solidarietà tra prigionieri

Venerdì, 13 Dicembre 2013, le guardie della prigione di Koridalos hanno mostrato il loro vero volto. Dopo una rissa tra i compagni detenuti con un secondino, l’amministrazione penitenziaria ha messo in atto il suo piano di colpire la comunità anarchica di lotta che si è formata a Koridallos, un piano che, ovviamente, aveva già da tempo.Rispondendo in modo sproporzionato per quello che è stato l’incidente reale, hanno trasferito Karagiannidis, Politis, Michailidis, Harisis e Ntalios nella sezione disciplinare del modulo C, ed i compagni Naxakis e Tsilianidis nel modulo D mentre il compagno Sarafoudis è stato trasferito nel modulo E (quest’ultimo poi è stato trasferito al modulo D il giorno successivo)I compagni hanno risposto immediatamente iniziando uno sciopero della fame e della sete esigendo la riunificazione immediata e di tornare tutti al modulo A della prigione di Koridallos.

A pugno alto esprimiamo la nostra solidarietà con i compagni Fivos Harisis, Argyris Ntalios, Yannis Michailidis, Dimitris Politis, Giorgos Karagiannidis, Babis Tsilianidis e Grigoris Sarafoudis che sono in sciopero della fame e della sete.

Spyros Stratoulis

Syrianos Rami

Mustafa Ergün

Michalis Ramadanoglou

Ricordiamo che Spyros Stratoulis è in sciopero della fame dal 11/11 chiedendo l’assoluzione delle accuse portate contro di lui in relazione al cosiddetto caso della “organizzazione criminale degli atenei di Salonicco”, e la restituzione dei permessi di uscita. Sono anche in sciopero della fame Syrianos Rami ( da 21/11 ), Mustafa Ergün ( da 25/11 ) e Michalis Ramadonoglou ( dal 25/11 ), in solidarietà e sostegno alla lotta di Stratoulis.

I compagni annunciano la fine dello sciopero della fame e della sete

Domenica sera, 15 Dicembre, 2013 , abbiamo messo fine allo sciopero della fame e della sete, perchè abbiamo ottenuto il nostro obiettivo principale, vale a dire la riunificazione della nostra comunità. Attraverso questa mobilitazione abbiamo resistito ai tentativi della amministrazione penitenziaria di Koridallos di dividerci e messo in chiaro che non tollereremo alcun tentativo che insulti la nostra dignità.Quanto a quello che ha a che vedere con la scelta del modulo A come una delle nostre richieste, era solo per evitare che ci spostassero tutti nel modulo di isolamento. Mentre eravamo in sciopero, siamo stati informati che il problema dell’amministrazione in relazione al nostro ritorno al modulo A era dovuto all’atteggiamento negativo verso di noi da partre degli altri prigionieri. Dal momento che i leader dei gruppi che controllano il modulo A hanno confermato tale cosa a noi compagni, abbiamo scelto di non tornare a un modulo beneficiario, specialmente perchè la tattica di rottura che abbiamo preso contro i carcerieri sta rompendo la tranquillità , le comodità ed i benefici, che sono la principale preoccupazione della maggior parte dei prigionieri.Seguirà un racconto analitico che descrive tutto quello che è accaduto. PD. Le grida e gli slogan dei nostri compagni ci hanno accompagnato, rompendo l’isolamento delle celle disciplinari, e le fiamme dell’attacco alla stazione di polizia di Exarchia hanno riscaldato i nostri cuori.

Fivos Harisis

Argyris Ntalios

Yannis Michailidis

Dimitris Politis

Giorgos Karagiannidis

Babis Tsilianidis

Grigoris Sarafoudis

Conto alla Rovescia PDF

Precedente Tutto per Tutto Successivo Bollettino Anticarcerario di CordaTesa – Dicembre 2018